IL PIANO DI UNICREDIT: TAGLIARE E PAGARE MOLTO, CRESCERE POCO

È un programma di razionalizzazione e taglio dei costi, ma non espansivo, quello presentato da UniCredit nei giorni scorsi. Il nuovo piano industriale 2020-2023 fa contenti gli azionisti, investitori e soci, perché prevede di alzare la redditività nei prossimi anni. Ma lascia scontenti tutti gli altri, a cominciare da lavoratori e sindacati, per la consistente riduzione di dipendenti e filiali in Italia, e anche chi si aspettava progetti più aggressivi e ambiziosi. 

La rotta per i prossimi 4 anni, tracciata dall'amministratore delegato Jean Pierre Mustier, vuole remunerare gli azionisti con un totale di 16 miliardi di euro, mette il Focus sulla crescita organica, ma senza mire espansionistiche, senza operazioni importanti e in grande stile. Solo piccole acquisizioni mirate. 

Come riportano i giornali, “nessuna aggregazione pesante in vista”, ha escluso Mustier, “preferiamo il Buyback alle fusioni”, e saranno prese in considerazione “solo acquisizioni che integrano le attività attuali. Se ci saranno opportunità saranno piccole e probabilmente nel Centro o Est Europa, e serviranno a completare la nostra presenza territoriale e con acquisizioni di portafogli”. Niente di già pronto, e non sono previste operazioni in Europa occidentale.

 

Ecco le cifre finanziarie del piano, chiamato Team23: utile netto a 5 miliardi di euro nel 2023, e un Buyback da 2 miliardi. L’intenzione è di distribuire capitale pari al 40% dell’utile netto nel periodo 2020-2022, percentuale che sale al 50% nel 2023, tra dividendi cash e riacquisti di azioni. In totale, in pratica, significa generare redditività per gli azionisti pari a 16 miliardi di euro, così divisi: 6 miliardi di dividendi cash, 2 miliardi con riacquisti di azioni, e 8 miliardi di incremento del patrimonio netto.

E questa è la 'dieta' (ferrea) prevista: risparmi per un miliardo di euro da realizzare in Europa occidentale, con 8mila tagli di personale e la chiusura di 500 filiali. Gli 8mila esuberi si concentrano soprattutto in Italia, Germania e Austria, dove il personale verrà ridotto in totale del 12%, e verrà chiuso il 17% delle filiali.

Con i tagli più pesanti nel nostro Paese: gli esuberi sono stimati tra 5mila e 6mila, con la chiusura di 450 filiali. A fine piano nel 2023 i costi totali ammonteranno a 10,2 miliardi, con un calo aggregato del -0,2% dal 2018 al 2023. Ecco perché secondo i lavoratori e i loro sindacati questo progetto è “irricevibile” e “senza idee di sviluppo”.

 

Di parere opposto i soci e investitori, che già si fanno due conti in tasca. La prevista restituzione nel quadriennio di 8 miliardi agli azionisti (6 di dividendi, e 2 di Buyback) piace ad esempio alle fondazioni bancarie socie di UniCredit, che in questo modo dovrebbero incassare in totale 416 milioni. Le varie fondazioni bancarie prima della crisi del 2008 controllavano il 12,5% del capitale e sono poi calate fino al 5% di oggi. Restare soci consentirà, ad esempio, a Fondazione Cariverona di vedersi restituire nel prossimo quadriennio 144 milioni di euro, in media 36 milioni l’anno, contro i 10,8 milioni di dividendi incassati quest’anno. Mentre 132 milioni (circa 33 milioni l’anno) finiranno nelle casse di Fondazione Crt, e via dicendo.

Con tutto ciò, qualche analista fa notare che UniCredit punta così ad aumentare la redditività per gli azionisti, ma senza investire sulla capacità reddituale del Gruppo. Che infatti ha scelto di tagliare ulteriormente i costi per cercare di migliorare i margini, non prevedendo per i prossimi anni di riuscire a incrementare granché i ricavi. 

E qualcun altro sottolinea: i servizi tecnologici cambiano le banche e il lavoro dei bancari, negli ultimi dodici anni nel settore sono stati tagliati 74mila addetti, e il 22% delle filiali. Ora servono i consulenti.

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