Il nuovo anno inizia con il vecchio scontro tra Usa e Iran

Inizia male il nuovo anno per lo scenario mondiale. Con l'uccisione da parte degli americani del generale iraniano Qassem Soleimani, accusato di essere un pericolo per la sicurezza Usa, Teheran che minaccia “per gli Stati Uniti sarà un altro Vietnam”, e il presidente statunitense Donald Trump che avverte “se ci attaccano la nostra risposta sarà sproporzionata”. Il resto del mondo resta con il fiato sospeso, il prezzo del petrolio sale, come quello di un bene rifugio come l'oro, le Borse traballano. 

Leggendo i giornali e le reazioni di questi giorni, c'è chi sottolinea che il mondo della globalizzazione non c’è più, spazzato via dalla geopolitica e dallo scontro tra nazioni e potenze. Con contraccolpi anche per l’economia. Lo scenario internazionale degli ultimi decenni è ormai cambiato: il sistema economico, che abbiamo considerato globale, si sta spaccando in parti e interessi diversi e, con lo scontro tra Usa e Iran, rischia di andare in pezzi. Le tensioni tra Stati alzano muri e influenzano i prezzi degli asset più di quanto non possano fare le banche centrali. Gli investitori sono disorientati di fronte all'incertezza sul futuro e a rischi non prevedibili. 

 

Il primo pericolo di un conflitto aperto tra Stati Uniti e Iran in Medio Oriente, in particolare attorno al Golfo Persico, riguarda il settore e il prezzo del petrolio. Secondo gli analisti, l’andamento del costo del barile dipenderà da due fattori, come spiegato ad esempio sul Corriere della Sera: “dalla portata delle distruzioni degli impianti all’estrazione del petrolio: quelle avvenute lo scorso settembre in Arabia Saudita, imputate da Riad e Washington ad attacchi di Teheran, hanno provocato una crescita contenuta del prezzo. Soprattutto perché, e questo è il secondo fattore, gli Stati Uniti sono da qualche anno il primo estrattore mondiale e la struttura produttiva delle compagnie americane che utilizzano la tecnologia 'Fracking' è molto sensibile al prezzo: quando aumenta, entrano in produzione nuovi pozzi, con il risultato di avere un effetto calmierante (almeno parzialmente) nel mercato mondiale”. 

 

L’uccisione del capo militare iraniano apre però una crisi dalle conseguenze potenziali molto gravi: l’Arabia Saudita e i suoi pozzi di petrolio si trovano esposti alla possibile vendetta iraniana, e un po’ tutto il Medio Oriente è in tensione. 

Il punto fondamentale di quello che succederà (anche) nell'economia sta nel vedere se l’attacco americano a Soleimani è un atto isolato, con conseguenze imprevedibili, oppure è parte di una strategia: nel lungo periodo, un Medio Oriente in crisi acuta peserebbe sull’industria, sulle Borse, sulla finanza. 

E lo scontro tra Stati Uniti e Iran non è l’unico conflitto in corso. L’invio di truppe turche in Libia, altro Paese energeticamente rilevante (anche se al momento a produzione ridotta), apre la questione dei rapporti nel Mediterraneo dove, schierandosi su fronti libici opposti, Turchia e Russia stanno mettendo le basi per costruire la loro influenza. 

Cina, Russia e Iran di recente hanno svolto quattro giorni di esercitazioni militari navali congiunte nell’Oceano Indiano. Come reagiranno ora Pechino e Mosca influirà sulle relazioni con gli Stati Uniti. Insomma, come spiega ancora il Corriere della Sera, “gli sviluppi del caso Soleimani potrebbero accelerare la corsa in atto verso il cosiddetto Decoupling delle due maggiori economie, di America e Cina, le quali non si fidano più l’una dell’altra: con la creazione di due sistemi paralleli, guidati da regole e standard diversi, nel quale gli altri Paesi dovrebbero scegliere da che parte stare”. 

Sarebbe una conseguenza grave, vista l’integrazione che hanno raggiunto la produzione e la finanza globali. Questo è il rischio economico più importante all'orizzonte di un 2020 iniziato non proprio nel migliore dei modi.

 

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