LE AZIENDE ITALIANE INVESTONO FORSE (TROPPO) POCO

Il giorno prima di leggere un articolo sul quotidiano Il Foglio su questo tema, in un’azienda, con il titolare Massimo abbiamo affrontato proprio questo argomento. Una questione che, insieme ai problemi burocratici dell’Italia, contribuisce alla crescita asfittica, o nulla, del Paese. Sto parlando, stavamo parlando, degli scarsi investimenti da parte di molte aziende italiane. Uno dei nostri 'talloni di Achille'.

Investimenti che restano sempre deboli, che non decollano mai, soprattutto se confrontati con quelli dell'altra grande potenza manifatturiera europea, la Germania. Un punto debole che, ancora di più dalla crisi del 2008 in poi, rallenta ulteriormente il cammino delle nostre imprese, già frenato da molti altri problemi.

E così, quando ho visto l'articolo del Foglio nella rassegna stampa, mi sono subito tornate in mente le considerazioni e le lamentele dell'imprenditore Massimo, che sono le stesse, e da molti anni, di tantissimi altri titolari d'azienda italiani: pochi investimenti, poca produttività, poco slancio a rinnovare. E quindi poca crescita. Il motore economico del Paese perde colpi, va in panne, non funziona bene.

 

Ecco (anche) perché: gli investimenti fissi materiali delle aziende italiane sono calati bruscamente (di almeno il 10% in un anno) a partire dalla crisi economica iniziata nel 2008, così come è successo anche in altre due potenze industriali europee come Germania e Francia. La differenza sostanziale è che Germania e Francia, a distanza di anni, si sono riprese bene. L'Italia no.

Rispetto ai livelli di investimento aziendali (in nuovi macchinari) pre-crisi del 2008, l'Italia è ancora sotto di 60 miliardi di euro, secondi i dati di Intesa Sanpaolo. La Germania, invece, ha superato i livelli del 2008 di 79 miliardi di euro. Un divario evidente, e che fa la differenza. Non solo.

 

Il divario si fa ancora più grande per quanto riguarda gli investimenti immateriali delle aziende: nel 2008 le imprese italiane ne hanno fatti per una media di 324 euro per ogni abitante, la Germania per 810 euro per ogni abitante. E la situazione poi è peggiorata. Nel 2017 in Italia sono stati di 386 euro per ogni italiano, in Germania di 1.200 euro per ogni tedesco. Tre volte tanto. Nello stesso periodo nel Belpaese la produttività del capitale (un indicatore di quanto il capitale venga utilizzato in modo efficiente per generare sviluppo) è diminuita dello 0,7%.

Nella gara per la competitività, sui mercati internazionali le aziende italiane restano frenate da diversi ostacoli, molti dei quali di natura strutturale. In particolare, uno dei principali punti deboli, una vera e propria zavorra alle velleità di crescita della manifattura italiana, resta la bassa produttività del lavoro, che, tra il 2000 e il 2016, è aumentata dello 0,4% in Italia. In pratica la produttività è rimasta ferma, mentre è balzata in avanti di oltre il 15% in Francia, Regno Unito e Spagna, e del 18% in Germania (dati Istat). Ecco perché moltissimi imprenditori italiani, come Massimo, sono arrabbiati.  Perché certi problemi sono sempre gli stessi, e non cambiano mai.  

I problemi non cambiano, forse si acuiscono quando confrontandomi con un altro imprenditore, Marco 2 giorni dopo essermi confrontato con Massimo, emerge sempre di più la tendenza al fatto che l’imprenditore si deve occupare di tutto. L’aumento del rischio di inciampare in clienti o fornitori non affidabili, porta spesso il titolare dell’impresa a doversi preoccupare e occupare di tematiche non strettamente legate al suo core business.  Attività che pur essendo   fondamentali  per garantire la  continuazione della vita dell’azienda,  distraggono l’imprenditore riducendo anche la sua di produttività e soprattutto la sua capacità di pianificazione e innovazione di lungo termine.

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