Il taglio dei tassi Fed non guarisce i mercati: ci vuole un Mix di farmaci

Il taglio dei tassi di interesse, deciso martedì dalla Federal Reserve, che ha portato il costo del denaro dall'1,75 all'1,25% (-50 punti base), nei mercati finanziari non ha avuto in un primissimo momento  gli effetti sperati. Le Borse mondiali hanno reagito e stanno reagendo in maniera contrastata, con incertezza e grande volatilità, in molti casi con risultato finale molto debole o in rosso. 

E ora si resta in attesa di possibili manovre, ad esempio focalizzate su nuove iniezioni di liquidità, a breve e a medio termine, oltre all’incremento delle aspettative di ulteriori tagli dei tassi entro fine anno, nell’ordine di altri 50-75 punti base. In pratica, per reagire allo Shock e ai rischi portati dal Coronavirus, il taglio dei tassi da parte della Fed può essere un primo passo, una prima 'medicina' di pronto intervento, ma per sconfiggere il virus servirà un Mix di farmaci, monetari e fiscali. 

La Fed “farà la sua parte per mantenere l'economia solida” di fronte all'emergenza Coronavirus, ha rimarcato il suo presidente, Jerome Powell, assicurando che la banca centrale statunitense è pronta a usare gli strumenti a sua disposizione e agire in modo appropriato. 

Anche se, come al solito, il presidente Usa, Donald Trump, via Twitter non si è detto soddisfatto: “è il momento per la Fed di svolgere un ruolo di leader”, allentando di più la politica monetaria e tagliando di più i tassi. 

 

Secondo i più scettici, la politica monetaria non riuscirà a fare molto per salvare l’economia globale visto che alcune banche centrali (come la Bce) hanno già tagliato i tassi di interesse in territorio negativo. Di questo avviso, ad esempio, Alex Wolf, Head of investment strategy di Jp Morgan Private Bank, che ha dichiarato: “il fatto è che stiamo entrando in questa crisi con molte meno munizioni a livello globale. Non sono solo l’Europa o il Giappone, anche la Cina ha meno munizioni rispetto all’ultima volta che ha dovuto lanciare un pacchetto di stimolo”. 

Secondo altri osservatori, come riportano giornali e articoli di questi giorni, la riduzione d’emergenza di 50 punti base potrebbe avere anche aumentato i timori riguardanti l’impatto del Coronavirus. 

Antonio Cesarano, Chief global strategist di Intermonte, rileva: “la Fed sta in parte emulando lo stesso percorso del 2008-2009, iniziando con manovre convenzionali. In prospettiva, i mercati potrebbero puntare a un Mix di manovre non convenzionali, con pressioni al ribasso sui listini azionari fin quando la Fed non le implementerà, verosimilmente entro giugno. Nel frattempo, possibili temporanei, corposi e rapidi rialzi in vista di ulteriori manovre. Contesto pertanto ancora altamente volatile”. 

Il taglio dei tassi già prima della decisione Fed non appariva essere un fattore di effettivo supporto per i mercati se non accompagnato da contestuali decisioni che prevedono stimoli monetari e  fiscali ( sempre con riferimento all’uscita dalla crisi del 2008, sono stati gli stimoli fiscali introdotti dal presidente uscente  Bush che hanno poi innescato la fase rialzista dell’economia  e dei mercati).

 

La crisi odierna “presenta aspetti molto diversi da quella del 2008, dal momento che il fattore di turbolenza attuale è meramente dal lato dell’offerta, che a sua volta minaccia di ripercuotersi sulla domanda a causa del Coronavirus”, fa notare Cesarano: “pertanto, si tratta di una crisi meramente macroeconomica. La crisi del 2008 aveva invece origini e cause finanziarie, ascrivibili a tutto il mondo dei mutui Subprime Usa, con tutte le sue diverse articolazioni finanziarie”. 

La Fed quindi, ora come allora, ha esordito con manovre di tipo convenzionale di fronte a uno Shock di dimensioni ampie, tralasciando per ora decisioni sul fronte delle iniezioni di liquidità a breve, come invece sta emergendo a giudicare dalle richieste degli operatori sul mercato Repo. Su quest’ultimo fronte anzi la Fed sta portando avanti una progressiva riduzione del ritmo di iniezioni di liquidità, iniziate a metà settembre 2019 a causa delle turbolenze sul mercato Repo. Da allora la Fed ha iniettato nel sistema oltre 400 miliardi di dollari di liquidità a breve termine, attraverso Repo e acquisto di Treasury bills. 

“Per quanto la natura della crisi del 2020 sia diversa da quella del 2008, la Fed verosimilmente potrebbe trovarsi di fronte a un errore analogo, partendo cioè dall’utilizzo di manovre convenzionali, del tutto inefficaci in questo contesto soprattutto alla luce dei livelli di tassi già molto bassi”, sottolinea il Chief global strategist di Intermonte. 

 

La reazione dei mercati è di conseguenza in parte imputabile alla richiesta di un’altra tipologia di manovre, molto più focalizzata sulle iniezioni di liquidità, a partire da quelle a breve termine. In altre parole, la manovra che i mercati sembrano richiedere con urgenza (lo testimonia l’esito delle ultime aste Repo negli Usa, con una domanda molto superiore all'offerta) è quella dell’introduzione di una cosiddetta Standing repo facility permanente, con offerta illimitata di liquidità, come ad esempio sottolineato da William Dudley, ex presidente della Fed di New York. Si tratta di un esperimento non nuovo, visto che già la Bce da ottobre 2008 ha inaugurato una tipologia di operazioni simile (tuttora operativa almeno fino a marzo 2021), con allocazione piena e illimitata delle richieste delle banche (il cosiddetto Full allotment).

Gli operatori potrebbero però poi richiedere anche un altro tipo di manovre sempre di iniezioni di liquidità ma a più a lungo termine, attraverso una forma di Quantitative easing (QE) più evoluto che potrebbe ad esempio somigliare al cosiddetto QQE (Qualitative and Quantitative Easing). 

L’esperienza del 2008-2009 dimostra in sostanza che occorre un Mix di farmaci per provare almeno in parte a rallentare uno Shock molto forte. 


 

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