Deglobalizzazione e visione strategica di lungo respiro

Cosa possiamo imparare dall'epidemia del Coronavirus? Lezione 2 (dopo la Lezione 1 sulla finanza comportamentale): bisogna recuperare la visione strategica di lungo respiro.

Le aziende e società commerciali, in genere, sotto troppo orientate a una logica di profitto e di risultati di breve periodo, per superare l'esame dei bilanci, per fare sempre contenti gli azionisti, per le carriere dei manager. E, a dirla tutta, accade la stessa cosa anche in politica, più o meno per gli stessi motivi: consenso, risultati a breve, carriera. Non vanno più di moda i piani e programmi di ampio respiro, pluriennali, strategici, che vanno al di là dell'interesse o dell'emergenza contingente.

Ma la crisi e l'urto portati dal Coronavirus stanno mettendo in discussione e sotto-sopra anche certi equilibri, dinamiche e pratiche consolidate che sembravano invariabili fino a ieri. Come rilevano diversi osservatori sui giornali e siti web di questi giorni, l'ondata del virus e i suoi effetti stanno mettendo in discussione anche fenomeni come la globalizzazione, la delocalizzazione, il primato dei guadagni a breve, la strategia di corto respiro.

Un esempio concreto, che arriva da una città, Venezia, che per mille anni ha fatto della globalizzazione dei commerci la sua risorsa di sviluppo e ricchezza: il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, qualche giorno fa, nel corso di un incontro con le categorie economiche della città, ha detto: “oggi sono colpiti ristoranti, alberghi e pubblici esercizi, ma domani saranno coinvolte le realtà industriali. Vanno ripensate le delocalizzazioni che sono state fatte, in Cina e altri luoghi, cominciamo a ragionare da qui su quali sono le filiere strategiche per il nostro Paese, e sul fatto di riaprire certe produzioni in Italia, perché quanto è successo ci ha dimostrato che delocalizzando non tutto funziona bene. Può essere che da questa crisi usciamo anche più forti”.

 

Siamo di fronte all’autunno della globalizzazione, così come l’abbiamo vista fino a oggi? L’epidemia di Covid 19 modificherà (anche) il sistema economico globale che, dopo la sconfitta del virus, non sarà più come prima?

Sono in molti a esserne convinti. Harold James, professore di Storia e International Affairs alla Princeton University, uno dei maggiori studiosi sul fenomeno delle globalizzazioni nei secoli, ha scritto recentemente che “le chiusure delle fabbriche e le sospensioni della produzione stanno già interrompendo le catene di approvvigionamento globali. I produttori stanno adottando misure per ridurre la loro esposizione alle vulnerabilità a lunga distanza”.

Finora delocalizzare la produzione altrove era la scelta fatta perché costa(va) meno, perché era conveniente, senza preoccuparsi troppo degli altri suoi effetti. Ian Goldin, professore di globalizzazione e sviluppo all’Università di Oxford, ha detto al New York Times che l'attuale situazione è il “risultato diretto della supremazia degli interessi degli azionisti nell’economia globale”, con un'attenzione ai profitti a breve termine rispetto a considerazioni prudenti sui rischi a lungo termine. “Costa avere un magazzino”, rimarca Goldin, e aggiunge: “hai la pressione del mercato e rapporti trimestrali e gli analisti ti stanno con il fiato sul collo. Non puoi dire: bene, abbiamo profitti inferiori, ma maggiore resilienza”.

 

Secondo alcuni esperti, quindi, è possibile che il Covid 19 ponga fine alla cultura universalista della globalizzazione economica così come l’abbiamo conosciuta fino a oggi, e riporti alcune produzioni alla base di partenza. Si potrebbe tornare a produrre in loco i prodotti destinati al mercato locale. 

 

E’  curioso leggere negli ultimi 2 giorni degli aiuti in arrivo dalla Cina all’Italia, il tema non è tanto quello della strumentalizzazione che si sta facendo sul fatto che la Cina ha deciso di venire incontro alle esigenze italiane fornendo mascherine, tute, tamponi e 1000 respiratori  che non saranno donati ma regolarmente pagati ( art. Giulia Pompili, Foglio 12 marzo), il tema è che arrivano dalla Cina. Uno stato che in piena crisi, ancora oggi con alcuni casi di contagio, che è già tornata a produrre e oggi grazie al materiale disponibile, all’esperienza fatta è in grado di “salvare l’Europa”, sì perché a quanto pare arriveranno in Italia e negli stati europei anche medici a supporto delle nostre strutture sanitarie. 

 

Per esempio, Davide Serra, fondatore e Ceo di Algebris, in un’intervista a Bloomberg Tv ha detto che ci sarà un Reshoring, il ritorno a casa di alcune delocalizzazioni dalla Cina, ridisegnando la catena di produzione e fornitura globale. Secondo Alessandro Fugnoli, strategist di Kairos Partners Sgr, gli effetti più rilevanti dell’epidemia “saranno non sul piano macro – che pure verrà colpito duramente, anche se temporaneamente –, ma sul piano micro. Ci saranno spostamenti rilevanti di domanda pubblica e privata da un settore all’altro mentre, sul piano dell’offerta, sarà più rapido l’abbandono della filiera produttiva unica globale e rinasceranno filiere regionali che erano state smantellate”.

 

In pratica, quindi, dal punto di vista finanziario, “più di un radicale stravolgimento dei pesi delle Asset class in portafoglio, sarà necessaria un’attenta verifica dei singoli componenti”, fa notare Fugnoli, perché “in un contesto recessivo di un paio di trimestri si può legittimamente decidere di non vendere e di aspettare la ripresa, che potrà essere forte, ma si deve essere ragionevolmente sicuri sulle capacità dei singoli debitori e delle singole società di rimanere in piedi senza troppi danni permanenti”.

Nella “lezione numero 3” parlerò di come sta cambiando e cambierà il nostro lavoro dopo il Covid 19

 

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