L'antidoto economico alla pandemia: un nuovo Piano Marshall (soldi), ma soprattutto strategie vincenti

La pandemia – è ormai il caso di definirla così, vista la sua diffusione globale – del Coronavirus sta già stravolgendo non solo la vita quotidiana ma anche quella economica di molti Paesi, dell'Italia e di quelli più industrializzati. Difficile dire oggi come evolverà la situazione, ma già – giustamente – si pensa a come correre ai ripari. 

Servono piani d'intervento straordinari, e quindi la memoria torna al celebre e storico 'Piano Marshall', messo in campo dagli Stati Uniti per rilanciare i Paesi europei usciti distrutti dalla Seconda guerra mondiale. 

'Occorre un nuovo Piano Marshall', si dice già oggi. E come messaggio funziona. Ma, in realtà, i programmi d'intervento a cui si pensa oggi sono parecchio diversi da quel sostegno americano. Come rileva ad esempio Stefano Cingolani in un articolo pubblicato su Il Foglio. 

Sono diversi innanzitutto in questo: il Piano Marshall “fu sostanzialmente un dono da parte del Paese vincitore ai Paesi distrutti dalla guerra, una iniezione di denaro dall’esterno, per l’84% a titolo gratuito”. Ovvio, si può far notare che gli Usa non fecero tutto ciò in cambio di nulla, ma mettendoci i soldi e anche la propria sfera d'influenza politica ed economica sui Paesi aiutati. 

Oggi, invece, un piano europeo per far fronte agli effetti del Coronavirus non sarebbe certo un 'dono' a fondo perduto, ma si tratterebbe comunque di nuovo indebitamento pubblico, anche se in un mercato a bassi interessi, lunghi tempi di restituzione, e condizioni di emergenza. Ma, come insegna la Storia, i soldi per 'fare' sono essenziali, senza 'benzina' il motore dell'economia non va da nessuna parte. Non sono però la panacea: fondamentali saranno le strategie e le scelte da mettere in campo, da qui ai prossimi anni.

 

Lo European recovery plan (Erp) come si chiamò più precisamente il cosiddetto Piano Marshall, varato nel 1948, erogò circa 13 miliardi di dollari dell'epoca in tre anni, che al cambio attuale si avvicinerebbero a 128 miliardi di dollari (un parametro orientativo). La Gran Bretagna ottenne la fetta maggiore (circa 3,3 miliardi, pari al 26% del totale), poi la Francia (2,3 miliardi di dollari) seguiti da Germania occidentale (1,5 miliardi) e Italia (1,2 miliardi). 

La maggior parte degli aiuti (compresi quelli ingenti alla Fiat) arriva dopo le elezioni del 18 aprile 1948, che segnarono la vittoria della Democrazia cristiana. “Grano e carbone”, chiedeva il presidente del Consiglio italiano Alcide De Gasperi. E difatti quei soldi in Italia servirono a comprare innanzitutto grano, carbone, acciaio, macchinari, petrolio. 

Contribuirono, diedero al spinta, al Boom economico, allo sviluppo senza precedenti realizzato dall’Italia dal 1950 al 1973, fino alla prima grande crisi petrolifera (anche in questo caso, una crisi arrivata dall'esterno). Ma non furono certo l'unico né il principale strumento per arrivare a quei risultati. 

Concorsero due scelte strategiche: la liberalizzazione degli scambi con l’estero, e l’aumento della produttività, che è la chiave della crescita, della ricchezza delle nazioni. “Se vogliamo ricordare l’impatto economico dell’Erp, al di là del mito, non possiamo non notare che ha rappresentato appena il 3% del prodotto lordo dei 18 Paesi interessati, e ha contribuito alla loro crescita nei tre anni per meno di mezzo punto percentuale”, ricorda Cingolani.

Che sottolinea: “gli Stati Uniti hanno continuato a finanziare l’Europa occidentale per almeno altri dieci anni ma, secondo molti storici ed economisti, più degli aiuti hanno contributo in modo determinante al miracolo economico post bellico l’apertura degli scambi commerciali e monetari”. In pratica, “i doni di zio Sam sono stati fondamentali per girare la chiavetta, ma il motore ha funzionato con la miscela del lavoro e del commercio internazionale”. E “non sono solo schegge della storia, perché tutto ciò parla molto al presente”.

 

Questa lezione vale anche per qualsiasi progetto straordinario di rilancio dopo la pandemia: chiudere i confini economici e fisici aggiungerebbe catastrofe alla catastrofe. Ovviamente, vista la situazione, è difficile oggi come oggi fare i conti, e a proposito dell’auspicato piano europeo si sentono i numeri più diversi: dai 3mila miliardi evocati da Vincenzo Boccia, presidente della Confindustria, ai 100 miliardi dei quali ha parlato il Pd. 

Carlo Cottarelli – che certo di queste cose se ne intende, visto che erogava prestiti per conto del Fondo monetario internazionale – ha proposto 36 miliardi per l’Italia erogati da Bruxelles con l’emissione di speciali Titoli. Il governo italiano è arrivato a metterci 25 miliardi di euro, dopo essere salito da 3,6 a 7,5 miliardi, e forse non saranno sufficienti, anche perché non si tratta solo di iniettare moneta per oliare il sistema, ma di proteggere lavoro, redditi, produzione. 

E di che cosa avranno bisogno la Francia, la Spagna e la Germania, se è vero come sostiene Angela Merkel che fino al 70% dei tedeschi potranno essere infettati dal Covid-19? La Banca centrale europea ha riaperto il cassetto del Quantitative easing, comprando Titoli in cambio di denaro liquido, la via maestra visto che il costo del denaro è addirittura negativo. Sono 120 miliardi di euro, per il momento; troppo poco secondo le Borse che precipitano. E sperando che chi guida la Bce non faccia altri scivoloni strategici, come è accaduto appena qualche giorno fa (pagina del Blog del 13 marzo). 

La Federal Reserve ha ancora spazio per ridurre i tassi dopo il taglio 'preventivo' dello 0,5% (pagina del Blog del 5 marzo), seguita dalla Banca d’Inghilterra. La Banca del Giappone continua a stampare valuta, come fa anche quella cinese.

 

“La politica monetaria aiuta, ma non è da qui che verrà il sollievo”, fa notare Cingolani. Che riporta: sei economisti europei di primo piano (Agnès Bénassy-Quéré, Ramon Marimon, Jean Pisani-Ferry, Lucrezia Reichlin, Dirk Schoenmaker, Beatrice Weder di Mauro) hanno proposto un intervento anti-catastrofe diverso anche dalle misure prese per combattere la crisi del 2008-2010. 

L’effetto economico della pandemia combina un doppio Shock, da offerta e da domanda, e si articola in quattro fasi: la prima cominciata in Cina ha spezzato la catena industriale; la seconda riguarda le ricadute settoriali; la terza è una crisi generale come nel caso dell’Italia; la quarta sarebbe la ripresa che può cominciare da maggio e giugno. 

Ogni fase ha bisogno di una risposta adeguata: sostegno al lavoro e cassa integrazione nella prima; liquidità abbondante nella seconda; nella terza misure di emergenza che vanno dal potenziamento della Sanità alla sicurezza. Se la chiusura dell’Italia durerà un mese, è prevedibile che verrà perduta circa la metà dell’attività produttiva e il sostegno necessario potrebbe arrivare all’1,5% del Pil (grosso modo i 25 miliardi annunciati dal governo).

 

La fase 4 sarà ancora più complicata: affinché si avvii una vera ripresa, c’è bisogno di politiche fiscali consistenti, con il sostegno parallelo della Banca centrale per evitare un blocco del credito a causa dell’aumento dei prestiti deteriorati. “I sei economisti propongono che la Ue decida di detrarre tutte le spese aggiuntive dal Patto di Stabilità, e di ricorrere a interventi straordinari coordinati a livello nazionale ed europeo, attingendo a ogni fondo già esistente”, anticipa Cingolani. 

Ma oggi – altra differenza fondamentale rispetto al 1948 – le fabbriche ci sono e continuano a funzionare. I salari vengono garantiti anche se subiranno dei tagli. I posti di lavoro non saranno cancellati grazie alla cassa integrazione. E, oltre al Piano Marshall, torna in mente anche quel “whatever it takes”, qualunque cosa serva, messo sul piatto nel luglio 2012 dall'allora (e da molti già rimpianto) presidente della Bce, Mario Draghi, per salvare l'euro e le economie di diversi Paesi. Bisogna fare “qualunque cosa serva”, con soldi sufficienti e soprattutto strategie vincenti.

 

 

 

 

 

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