Squilibri e conti da rivedere: occorre distinguere bene tra pensioni previdenziali e assistenziali

In materia di fisco, pensioni, assistenza sociale e – in questi tempi di Coronavirus – misure di sostegno al reddito da parte dello Stato, si parla spesso di disuguaglianza sociale, regole e sistemi discutibili o da rivedere, caste e privilegiati. Anche pochi giorni fa, nel Blog del 6 aprile, ho trattato l'argomento di privilegi e disuguaglianze: in quel caso, riferito al fatto che in questi mesi di quarantena i lavoratori autonomi hanno spesso lavoro azzerato e devono accontentarsi di 600 o 800 euro di sussidio, mentre per molti dipendenti statali – con stipendio pieno, perché per loro non esiste la cassa integrazione – e pensionati 'ricchi' non è cambiato nulla rispetto a prima. Risultato: i liberi professionisti devono fare un pesante sacrificio economico, imposto dall'emergenza sanitaria, e gli altri continuano a intascare somme molto più alte come se niente fosse. 

Riguardo a squilibri e conti da rivedere, ma in questo caso in tema di pensioni, interviene anche Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, già sottosegretario al Welfare dal 2001 al 2005 sotto il governo di Silvio Berlusconi e consulente della Lega, in un articolo sul mensile Capital. Brambilla fa notare innanzitutto una cosa: quando si parla di tagliare o modificare le pensioni, agire sui privilegi, far tornare i conti, occorre distinguere bene tra pensioni previdenziali e assistenziali. Innanzitutto perché la spesa pubblica per la previdenza sta seguendo un Trend di lieve ma costante decrescita – frutto delle varie riforme degli ultimi decenni – e le pensioni previdenziali sono collegate ai contributi versati. Mentre le spesa per le misure assistenziali continua a crescere, non attinge a contributi versati, ma è invece spesso materia sulla quale la politica va a caccia di consenso elettorale. In pratica: nuove misure assistenziali portano più voti. 


Insomma, quando si tratta di pensioni è fondamentale distinguere di quali prestazioni si sta parlando, e quanti contributi sono stati versati in collegamento al trattamento economico che si riceve. Uno squilibrio importante – rileva Brambilla – sta proprio qui. Guardiamo i numeri: in Italia ci sono circa 16 milioni di pensionati, tra coloro che percepiscono almeno una tra le varie forme pensionistiche, e nel 2018 sono state circa 22 milioni e 785mila le prestazioni pensionistiche erogate. È vero, come rileva l'Istat, che il 36% dei pensionati riceve dall'Inps un assegno sotto i 1.000 euro, e il 12% non supera i 500 euro. Ma, fa notare l'esperto di previdenza, proprio perché si mettono e si considerano tutte insieme, come se fossero la stessa cosa, forme pensionistiche ben diverse tra loro. In più, dato che lo stesso soggetto può beneficiare contemporaneamente di più prestazioni previdenziali, è più significativo fare riferimento ai pensionati e non alle singole prestazioni. Se si calcola l'importo medio della pensione sul numero totale delle prestazioni previdenziali erogate, il risultato è 12.870 euro annui lordi. Se invece si considera il totale dei pensionati, il reddito pensionistico medio pro-capite è pari a 18.320 euro annui lordi. Che è già una cifra più alta. Simile al reddito di molti lavoratori in attività. 


Secondo le analisi del Centro studi e ricerche Itinerari previdenziali, la spesa per le pensioni, al contrario di quel che spesso si sente dire, non è fuori controllo. Ma quella per l’assistenza sta diventando sempre di più un macigno insostenibile. Dal 2013 al 2017, al netto dell’assistenza, la spesa pensionistica ha fatto registrare un aumento medio pari allo 0,88%, risultato del fatto che le riforme varate in questo periodo hanno colto l’obiettivo fondamentale di stabilizzarla. A preoccupare sono piuttosto i numeri dell’assistenza che, peraltro, in assenza di un contributo di scopo, è totalmente a carico della fiscalità generale e della spesa pubblica. Nel decennio tra il 2008 e il 2017, pur essendo aumentata la longevità (in un decennio la speranza di vita calcolata a 65 anni è aumentata di un intero anno), è diminuito il numero dei pensionati del 4,4%, passando da circa 16,7 milioni a 16 milioni (circa 738mila pensionati in meno), come conseguenza delle riforme varate negli ultimi 25 anni (aumento dei requisiti di accesso alla pensione). A seguito di requisiti più restrittivi e armonizzati, le pensioni previdenziali Ivs (Invalidità, vecchiaia, superstiti) sono diminuite del 4,6%, passando da 18,6 milioni del 2008 a 17,7 milioni del 2017 (circa 870mila pensioni Ivs in meno).

Al contrario, le prestazioni assistenziali (pensioni di invalidità civile, indennità di accompagnamento e assegni sociali) continuano nella loro crescita, mentre diminuiscono le pensioni di guerra. Tra il 2008 (circa 4,2 milioni di trattamenti assistenziali) e il 2017 (circa 4,5 milioni) il complesso delle pensioni assistenziali è aumentato del 6,4%, con un saldo di circa 273mila trattamenti in più nel decennio. In pratica, sottolinea il Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, “la spesa per assistenza rischia di andare fuori controllo”, anche a causa “dell'eccessiva competizione politica che la incrementa di anno in anno”. E questo senza peraltro “armonizzare le norme di accesso vigenti, e prevedere forme di controllo efficaci, attraverso la realizzazione del Casellario centrale dell'assistenza, mai partito e che potrebbe generare migliore allocazione delle risorse e risparmi per circa 5 miliardi di euro annui strutturali”. 

Se dunque la spesa pensionistica appare tutto sommato sotto controllo, le 'note dolenti' arrivano quando si parla di assistenza. Con riferimento al 2017 e sempre secondo i calcoli di Itinerari previdenziali, l’insieme delle prestazioni assistenziali, vale a dire prestazioni per invalidi civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali, e pensioni di guerra, ha toccato quota 4 milioni e 82mila, per un costo totale annuo di 22 miliardi. Se si aggiungono poi integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, si arriva a un totale di 8 milioni e 23mila 'pensioni assistite': in altri termini, i beneficiari rappresentano di fatto la metà dei pensionati totali. “Che un Paese del G7 abbia almeno la metà dei propri pensionati totalmente o parzialmente assistita dallo Stato dovrebbe far riflettere gli apparati politici, ma anche di vigilanza”, ha osservato Brambilla.

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