Bond a tassi negativi per 17mila miliardi di dollari: un 'gioco del cerino' rischioso per i risparmiatori

Nel mondo ci sono ormai obbligazioni a tassi negativi – sia governative, sia aziendali e private – per oltre 17 trilioni, 17mila miliardi, di dollari. Una montagna di capitali, più del Pil annuale dell’Unione europea e pari a circa 11 volte il Pil dell’Italia. Chi emette Bond con rendimenti sottozero non paga interessi ma li incassa. Che cosa significa? Significa che gli investitori che acquistano questi titoli di debito e li mantengono fino alla scadenza sono sicuri che otterranno una perdita. Sono i Bond che “rendono più ricco a scadenza il debitore”, come fa notare Vito Lops su IlSole24Ore. Se si considera che i Bond globali valgono poco più di 60mila miliardi di dollari, quasi un’obbligazione su tre in circolazione è stata emessa a rendimenti nominali negativi: condizioni di mercato che sfidano le leggi della finanza – fatta per ottenere valore, e non perdite –, e che rendono pericoloso tutto ciò per i piccoli investitori.

Vediamo come e perché. Si tratta di titoli in cui il creditore, anziché ricevere interessi dal debitore che emette il titolo obbligazionario per raccogliere capitali, va a finanziarlo doppiamente perché questi interessi in pratica finiscono nelle tasche dello stesso debitore. A scadenza il debitore restituisce al creditore un capitale inferiore a quanto ricevuto in prestito: ad esempio, riceve 100 e a scadenza ne restituisce 98. 

In più, anche per quanto riguarda le obbligazioni a tasso positivo, si scopre che i tassi sono comunque irrisori, tanto che in media oggi il rendimento dei Bond globali è sceso per la prima volta sotto lo 0,5%. In pratica, nella migliore delle ipotesi oggi le obbligazioni restituiscono briciole agli investitori; nella peggiore (che però ricorre quasi una volta su tre) l’investitore ci rimette di tasca sua. Senza contare la perdita derivante dall’erosione dell’inflazione che, per quanto bassa, esiste ancora ed è comunque vista in crescita nei prossimi anni.

 

Come siamo arrivati a questo punto? La storia dei Bond negativi inizia negli nel 2014 in Giappone e in Europa, dove il primo Paese ad esserne colpito è stata la Germania. Questo paradosso – che è una brutta notizia per gli investitori, mentre lo è meno per i governi, che si finanziano a tassi molto più bassi o addirittura traendone un premio – ha contagiato anche l’Italia, che oggi fino alla scadenza a 5 anni paga interessi negativi.

Siamo arrivati a questo punto perché il mercato obbligazionario viene oggi utilizzato dalle banche centrali per immettere liquidità nel sistema attraverso i piani straordinari di espansione monetaria, i Quantitative easing. Tra i due classici attori del mercato, ovvero gli emittenti (governi, imprese) e gli investitori (fondi istituzionali o risparmiatori) si sono inserite le banche centrali. Queste comprano Bond (prevalentemente governativi) per aumentare la massa monetaria in circolazione cercando di rilanciare l’economia e far aumentare l’inflazione. Ma dato che lo stanno facendo ininterrottamente da oltre 10 anni (nel 2009 ha iniziato la Fed, seguita nel 2012 dalla Bank of Japan e dal 2015 dalla Bce), il mercato è ormai falsato da un’enorme domanda artificiale che fa lievitare i prezzi dei Bond e crollare i rendimenti. Basti pensare che i bilanci delle banche centrali sono pieni di Bond.

 

Ma perché gli investitori (istituzionali) continuano a comprare obbligazioni se il mercato è anomalo? Perché c’è chi investe in titoli a rendimento negativo? Le motivazioni sono numerose, ma innanzitutto: perché hanno bisogno dell’affidabilità e della liquidità che offrono titoli di Stato e obbligazioni societarie di alta qualità, sicure, anche se a rendimento nominale sottozero. Dunque sono disponibili a pagare un prezzo per avere la garanzia che quei soldi saranno loro rimborsati e che non ci saranno rischi di Default, ovvero che in nessun caso il debitore non rimborserà loro il capitale versato.

In una situazione di instabilità finanziaria, tensioni internazionali, e di crisi di fiducia dei mercati, i grandi investitori istituzionali come fondi pensione, assicurazioni e istituti finanziari possono avere pochi altri strumenti finanziari apparentemente sicuri (e anche apparentemente molto liquidi) come le obbligazioni in cui conservare la propria ricchezza. Anche a costo di ridurla un po'. In realtà, il paradosso di fondi pensione, assicurazioni e investitori istituzionali, come i fondi comuni, che acquistano obbligazioni 'in perdita' è solo apparente. 

 

Come un cerino che passa di mano in mano: tutti questi investitori fanno operazioni di Trading, cioè di compravendita serrata, di questi titoli. Il loro obiettivo, e la loro speranza, è che il prezzo di queste obbligazioni continui a salire nel tempo, scommettono sul fatto che in futuro potranno trovare altri acquirenti disponibili a prendersi carico di questa speculazione, e di questo rischio. Vendendo i titoli prima di arrivare alla loro naturale scadenza, e quindi guadagnandoci un po' anziché perderci.

C’è poi la funzione dei titoli a rendimenti negativi di copertura contro i rischi di cambio: gli investitori statunitensi sono spesso pagati per coprirsi dai rischi delle fluttuazioni delle valute estere, perché i tassi di interesse Usa sono ancora molto più elevati rispetto a quelli dell’Eurozona o del Giappone. E c'è un altro motivo per cui non è detto che i grandi fondi o le banche ci perdano. Ad esempio, la stessa logica dei tassi negativi consente oggi alle banche dell’area euro di poter ricevere soldi dalla Bce (aste T-Ltro) al tasso del -1%. Se con questi soldi comprano poi bond a -0,5% la differenza (+0,5%) è comunque positiva. 

Sono parecchio diversi invece il ragionamento e le prospettive per i piccoli risparmiatori, che un tempo potevano fare affidamento sulle obbligazioni sia come porto sicuro che come opportunità di rendimento. Oggi invece per loro i Bond, affidabili o no, sono diventati un campo minato. 

 

 

 

 

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