RISCATTARE LA LAUREA?

Gli argomenti  più interessanti apparsi sulle testate giornalistiche questa settimana sono stati:

  • il riscatto laurea a i conteggi sulla convenienza o meno ad esercitarla;
  • il discorso di Draghi a Bologna sull’Europa;
  • la conferma da parte di Fitch sul rating dell’Italia.


RISCATTARE LA LAUREA: CONVIENE VERAMENTE?

Riscattare gli anni di laurea conviene? Alle casse dello Stato e dell’Inps, molto probabilmente, sì. Infatti la relazione tecnica al dl non immagina particolari scossoni per i conti pubblici, considerando le poche domande finora presentate – nel biennio 2016/2017 se ne contano 11mila all’anno, alle quali va aggiunto un centinaio di domande da “inoccupati” – e valutando inoltre che la possibilità di anticipare il ritiro si tradurrà poi in un importo più basso di pensione, a causa dell’applicazione di un coefficiente di trasformazione con età anticipata.
Ai laureati e ai loro genitori conviene? Qui la risposta giusta non esiste. Dal punto di vista puramente finanziario, esistono certo strumenti di investimento (polizze, fondi pensione) che possono garantire rendimenti migliori, al netto degli scossoni e dei rovesci dei mercati. Ma che certo non possono modificare le regole per il ritiro dal lavoro. Che per i neo-laureati è un traguardo lontanissimo, ma per i loro genitori (già testimoni di quattro riforme previdenziali e innumerevoli ritocchi in poco più di vent’anni) è soprattutto un traguardo mobile.
Riscattare la laurea è molto utile per andare prima in pensione e anche per incrementare l’importo dell’assegno previdenziali: farlo, però, fino ad oggi è stato particolarmente costoso ed è per questo che solamente in pochi decidono di farlo.
A tal proposito, per incentivare i cittadini a ricorrere al riscatto della laurea ai fini pensionistici sono state introdotte delle norme ad hoc rivolte però solamente ai cittadini con meno di 45 anni.
Prima di vedere quali sono queste agevolazioni e il nuovo metodo per il calcolo dell’onere da sostenere, ricordiamo che il riscatto della laurea è quello strumento riconosciuto dall’INPS con il quale si può valorizzare ai fini pensionistici il periodo del proprio corso di studi, ma solo nel caso in cui alla fine di questo percorso l’interessato al riscatto abbia conseguito il titolo di studio.
Utilizzando questo strumento, quindi, l’interessato versa personalmente i contributi previdenziali ai fini pensionistici per il periodo di studi universitari, così da accelerare l’accesso alla pensione. L’importo del calcolo sul riscatto della laurea, non è insignificante e con il passare del tempo l’onere del costo aumenta sempre più. Il modo più conveniente è quello di inviare la richiesta all’INPS – utilizzando la procedura online – il prima possibile, possibilmente quando si è ancora inoccupati.
Inoltre, come vedremo di seguito grazie alla novità introdotta nel decreto che riforma le pensioni, riscattare la laurea prima del compimento del 45° anno di età sarà più conveniente poiché oltre alla possibilità di rateizzare il costo sostenuto, si potrà godere di un sistema per il calcolo dell’onere più vantaggioso, oltre che di una detrazione del 50%.
Si possono riscattare solo gli anni universitari? La laurea non è l’unico periodo che si può riscattare. Il riscatto degli anni di formazione è infatti possibile presso l’INPS anche nei seguenti casi:

periodi legali per il conseguimento di diplomi universitari (i corsi devono avere una durata non inferiore a 2 anni e non superiore a 3) e dei diplomi di laurea degli ordinamenti anteriore al 1999 (i corsi devono avere durata non inferiore a 4 e non superiori a 6 anni);
lauree degli ordinamenti universitari post decreto 509/1999 (ossia lauree triennali e specialistiche);
diplomi di specializzazioni post lauream di durata non inferiore ai 2 anni;
alcuni dottorati di ricerca;
diplomi rilasciati da istituti di alta formazione artistica e musicale.
È possibile anche riscattare la laurea conseguita all’estero, se il titolo di studio ha valore legale in Italia. Il riscatto è possibile ai fini Inps anche per i dottorati e i diplomi di specializzazione post lauream effettuati all’estero, che abbiano valore in Italia.
La convenienza del riscatto deve essere valutata sulla base della situazione concreta di ogni laureato. L’elevato costo derivante dal calcolo non permette di affrontare alla leggera una scelta così impegnativa.

Il riscatto degli anni di laurea, quando effettuato, ha conseguenze su almeno due fronti:

anticipare la data su quando andare in pensione, soprattutto in relazione al requisito contributivo (si pensi alla pensione anticipata);
aumentare il montante previdenziale in proprio possesso e, conseguentemente, l’assegno della pensione.

l costo derivante dal calcolo del riscatto della laurea non è fisso, ma cambia in base all’ammontare dell’assegno del lavoratore.

Il costo dell’operazione dipende infatti dallo stipendio percepito al momento della domanda. Un’idea del costo necessario a riscattare la laurea ai fini della pensione si può avere grazie a delle simulazioni indicative che evidenziano le differenze tra un impiegato, un quadro e un dirigente.

Nel dettaglio, mentre per i corsi di studi antecedenti al 31 gennaio 1995 si applica il metodo della riserva matematica, per quelli successivi la formula è la seguente:

Ultima retribuzione imponibile*Aliquota IVS 33%
Per chi invece è inoccupato l’aliquota IVS del 33% si applica (non essendoci alcuna “ultima retribuzione imponibile”) sul reddito minimo soggetto a imposizione della Gestione Inps Artigiani e Commercianti (pari a 15.710€ per il 2018).

In linea generale si può affermare che il riscatto della laurea risulta più conveniente quanto prima viene fatta la richiesta, ossia prima che la retribuzione raggiunga importi elevati. Ancora più vantaggiosa la richiesta inviata da inoccupati che non hanno iniziato l’attività lavorativa e non risultino iscritti ad alcuna forma obbligatoria di previdenza.
Prendiamo per la simulazione un impiegato di 30 anni con un reddito annuo di 25.000 euro: in questo caso il costo sarebbe di 8.250 euro per ogni anno di riscatto. Quindi 33.000 euro per corsi quadriennali e 41.250 per corsi quinquennali.
Se lo stesso impiegato facesse la richiesta riscatto all’Inps prima della pensione quando, complice gli avanzamenti di carriera, potrebbe aver raggiunto una retribuzione annua di 50.000€, invece, il costo verrebbe raddoppiato e ogni anno di riscatto avrebbe un valore di 16.500 euro. Il coefficiente per il calcolo infatti aumenta esponenzialmente e il riscatto degli anni universitari diventa quasi impossibile.

Nel caso di un quadro di 30 anni con reddito di 35mila euro annui, invece, il costo di riscatto annuale sarebbe di 11.550 euro. Anche in questo caso se la simulazione venisse spostata a poco prima della pensione il costo da versare all’Inps lieviterebbe notevolmente.

Le cifre fanno comprendere bene quanto sia importante riscattare gli anni universitari quando si è giovani e non attendere gli anni precedenti alla pensione per effettuare questa pratica.

Come anticipato, il decreto legge che riforma le pensioni introduce diverse agevolazioni per coloro che decidono di riscattare la laurea ai fini pensionistici entro il compimento dei 45 anni.
A cambiare sarà la regola per il calcolo: indipendentemente dal reddito del lavoratore, infatti, l’aliquota IVS verrebbe applicata sul reddito minimo soggetto a imposizione della Gestione Inps Artigiani e Commercianti. In ogni caso, quindi, ci sarebbe un onere annuo di 5.241,30€.
È bene sottolineare, però, che aderendo a questa forma di riscatto agevolato si può solamente aumentare le settimane contributive ai fini di anticipare l’accesso alla pensione, mentre il riscatto non ha alcuna conseguenza sull’importo dell’assegno previdenziale.
Vi è poi una detrazione del 50% dell’onere sostenuto distribuita in cinque quote annuali. Inoltre, come anticipato, è prevista la possibilità per l’interessato di rateizzare l’onere dovuto fino a 60 rate mensili, così da dilazionare il costo del riscatto della laurea nel tempo.

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DISCORSO MARIO DRAGHI SULL’EUROPA

“In un mondo globalizzato, i paesi per essere sovrani devono cooperare”. Il discorso di Mario Draghi in occasione della laurea ad honorem in Giurisprudenza all’Università di Bologna suggerisce che il percorso di isolazionismo dell’Italia con l’attuale governo, è il più lontano possibile per “la pace, la sicurezza e il pubblico bene del popolo”. Questa definizione della “sovranità” data da John Locke nel 1690 è stata citata venerdì da Draghi : “ la possibilità di agire in maniera indipendente non garantisce la sovranità”.
Tuttavia, è l’avvertimento del governatore della Banca centrale europea, “in un mondo globalizzato l’Unione europea diviene oggi ancora più rilevante”. “Tutti i Paesi per essere sovrani devono cooperare. E ciò è ancor più necessario per i paesi appartenenti all’Unione europea”, ha spiegato. “La cooperazione, proteggendo gli Stati nazionali dalle pressioni esterne, rende più efficaci le sue politiche interne”.
Parole che non possono non essere colte come un avvertimento ai sovranisti. “Porsi al di fuori dell’Ue può sì condurre a maggior indipendenza nelle politiche economiche, ma non necessariamente a una maggiore sovranità. Lo stesso argomento vale per l’appartenenza alla moneta unica”, ha insistito Draghi. Ma il numero uno della Bce non ha nascosto che tra le sfide future che deve affrontare la Ue vi è quella di “rispondere alla percezione che manchi di equità: tra paesi e classi sociali. Occorre sentire, prima di tutto, poi agire e spiegare”.
Nel complesso i cittadini europei apprezzano i benefici dell’integrazione economica che l’Unione europea ha prodotto e da anni considerano come il suo maggior successo la libera circolazione delle persone, dei beni e dei servizi, cioè il mercato unico”. “Il 75% dei cittadini è a favore dell’euro”, ha sottolineato.
Parlando dell’Italia è emerso come il nostro è un isolamento su tutti i fronti: siamo gli unici in questo momento a sperimentare la recessione, l’unico paese in questo momento in cui la disoccupazione tende ad aumentare anziché a diminuire, l’unico paese che minaccia la nazionalizzazione della Banca d’Italia e di prendersi le riserve auree ( che appartengono al popolo e non allo stato), l’unico paese eccentrico nelle politiche industriali e di sviluppo, da arrestare anziché incentivare, l’unico che discute per settimane di non fare una ferrovia moderna per collegarsi al resto d’Europa ( la Tav, ci sarebbe molto da dire nello studio costi benefici), l’unico a portare i rapporti con la Francia ai minimi storici, con un governo, eccentrico pure in questo, che per le elezioni europee mira ad alleanze con partiti identitari o a movimenti anche paramilitari.

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FITCH E IL RATING SULL’ITALIA

Il tanto atteso e temuto primo verdetto delle agenzie di rating è arrivato ieri da Fitch. Fortunatamente Fitch ha confermato il giudizio BBB sull’Italia. Risparmiata l’umiliazione di scendere all’ultimo gradino dell’investment grade, il temutissimo BBB-, oltre il quale si apre il baratro del junk bond, il problema rimane ora l’outlook, cioè la prospettiva che era e rimane negativa. La crescita de l Pil italiano si è bloccato e continua a esserci un margine di incertezza sulle previsioni di bilancio oltre il 2019. La preoccupazione per l’Italia arriva intanto perfino dall’americana FED, che in un rapporto sulla politica monetaria, inserisce la nostra debole politica di bilancio nonché la contrazione dell’economia reale fra i maggiori fattori di rischio internazionali al pari della Brexit. Tornando al giudizio di Fitch sull’Italia il quadro, fino alle elezioni europee resterà poco chiaro. Nel frattempo però il rapporto debito /Pil riprenderà a salire, sarà del 132,2% nel 2020 rispetto al 131,7% del 2018. Quanto al deficit /Pil, la previsione è del 2,3% quest’anno e del 2,7% per il prossimo. Un punto positivo evidenziato da Fitch è la competitività delle aziende italiane che rimane inalterata e anche la riduzione degli Npl nelle banche prosegue anche se il livello resta più alto dei concorrenti europei. Importante è ricordare che il rating è cruciale per le banche: quando un istituto compie un’operazione di finanziamento presso la Bce porta titoli pubblici in garanzia, scontati in funzione del rating. Peggiore è il giudizio, minore è il valore della garanzia e quindi l’importo finanziabile. Le banche hanno accolto con speranza le promesse di Benoit Coeurè, membro del board della Bce, secondo cui l’ Eurotower ha in programma una serie di misure di ammorbidimento monetario, in pratica il QE proseguirebbe sotto forma di riacquisto dei bond che scadono. Si apre quindi l’ennesima occasione con denaro a buon mercato per chi saprà coglierla… Il tutto sarebbe vanificato se lo spread tornasse a salire, o se qualche agenzia di rating si mettesse di traverso: Moody’s e Standard&Poor’s emetteranno nei prossimi due mesi il loro giudizio.

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