BANCHE CENTRALI PROTAGONISTE DEI MERCATI FINANZIARI

Nel primo trimestre dell’anno i mercati finanziari hanno fatto segnare performance positive, recuperando le perdite incassate nell’ultimo trimestre del 2018. Tale trend ha investito sia i mercati azionari che quelli obbligazionari; sia quelli Sviluppati che quelli Emergenti.


BANCHE CENTRALI PROTAGONISTE.. MA FINO A QUANDO?

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La coralità dei rialzi, salutata dagli investitori con un sospiro di sollievo, ne evidenzia però al contempo la fragilità di fondo: gli indici azionari salgono quando l’economia prospetticamente migliora e le aziende registrano utili in aumento; mentre i bond si apprezzano quando le prospettive economiche tendono a peggiorare ed un rialzo dei tassi si fa più distante nel tempo. Si tratta di scenari opposti che non possono trovare una sintesi macroeconomica tale da giustificare un contemporaneo rialzo di azioni e bond. Dove va cercato quindi il motivo di quanto accaduto? Nelle decisioni delle Banche Centrali. Le stesse a cui gli analisti finanziari avevano attribuito le responsabilità dei forti ribassi patiti dalle asset class appena qualche mese fa, anche in questo caso, verificatisi in maniera pressoché corale.

Nell’ultimo frangente del 2018, gli investitori finanziari si erano dovuti confrontare con atteggiamenti restrittivi (in realtà meno espansivi) da parte delle Banche Centrali, Federal Reserve e Banca Centrale Europea in testa. Il mood di politica monetaria ha messo però in atto un’inversione rilevante ad inizio 2019: sia da Washington che da Francoforte sono giunti segnali di preoccupazione per le prospettive economiche, unitamente ad atteggiamenti nuovamente più espansivi. Federal Reserve ha spostato in avanti ogni ulteriore rialzo dei tassi, condizionandolo alla tenuta dell’economia e dell’inflazione, e Banca Centrale Europea ha promesso il lancio di un nuovo programma di finanziamento agevolato al sistema bancario di Eurolandia, finalizzato allo stimolo all’economia reale (TLTRO3).

L’osservazione più semplice è che i mercati, rispetto ai dati economici, ragionano nel modo aberrante del “tanto peggio-tanto meglio”: peggio andrà l’economia, meglio sarà, perché ciò costringerà le Banche Centrali ad allentare ulteriormente le politiche monetarie. Quanto accaduto porta però con sé un quesito: fino a quando si potrà continuare in questo modo? Cioè, fino a quando la coperta della liquidità, stesa dalle Banche Centrali, sarà in grado di sostenere le valutazioni degli asset finanziari, slegandoli dalle relazioni economiche sottostanti? I segnali di pericolo si intensificano, in quanto gli Istituti Centrali stanno assumendo dei rischi sempre più elevati. Bank of Japan, alla fine del 2018, deteneva asset finanziari per un valore di 553.600 miliardi yen (oltre 4.300 miliardi euro), cifra superiore al PIL del Giappone. L’Istituto Centrale di Tokyo è quindi diventato non solo il primo detentore di titoli di stato nipponici (quasi la metà del totale), ma è anche il primo singolo operatore della Borsa (possiede oltre la metà del mercato degli ETF dell’indice Nikkei).

Un’ improvvisa caduta dell’indice azionario o l’attesa di un rialzo dei tassi di interesse di mercato potrebbero provocare ingenti perdite nel bilancio della Banca Centrale giapponese, mettendone in discussione la stessa credibilità e fiducia. Le politiche monetarie iper-espansive hanno favorito l’aumento della leva debitoria non solamente a livello pubblico. Negli Stati Uniti, il debito delle imprese private è passato dai 4.900 miliardi dollari del 2007 ai 9.100 di metà 2018! Una cifra rilevante di tale debito è stata utilizzata dalle stesse aziende nei piani di buyback (cioè il riacquisto delle proprie azioni sul mercato), per i quali la corporate americana ha messo sul piatto 4.600 miliardi di dollari nell’ultimo decennio.

La metafora di un crescente “castello di carta” tenuto in piedi dalle Banche Centrali non pare esagerata, se si considera che il debito complessivo globale, a fine 2018, si avvicinava alla cifra di 250.000 miliardi di dollari, ben oltre il 300% del PIL globale. Prima di domandarsi se i debitori saranno effettivamente in grado di pagare, è utile che gli investitori, cioè i creditori, si interroghino su quale sarà il prezzo richiesto nel prossimo futuro per l’assunzione di tale rischio. La risposta, pur imprecisa, non pare complicata: sarà un prezzo crescente, proporzionalmente in linea con il rischio sopportato. E’ qui la chiave delle difficile sostenibilità del rialzo corale delle asset class avvenuto nel primo trimestre del 2019: è utile fidarsi delle Banche Centrali, ma nella consapevolezza che anche il loro operato non si può sottrarre a lungo alle leggi del mercato.

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