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Rappresentazione visiva dell'articolo: La fine del governo Draghi, le elezioni politiche a settembre

La fine del governo Draghi, le elezioni politiche a settembre

Adriano Loponte

23 luglio 2022

È stata una conclusione ‘inevitabile’. Il voto del Senato e, soprattutto, le modalità di quel voto hanno reso chiaro che non c’era spazio per altre maggioranze di governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella accompagna – visibilmente contrariato – Mario Draghi nel processo di dimissioni e scioglie le Camere, sancendo la fine anticipata della Legislatura.

Si voterà domenica 25 settembre, “di fatto l'unico giorno possibile in base alle regole che concedono un massimo di 70 giorni dal giorno dello scioglimento delle Camere”, fa notare il Corriere della Sera, “ma anche un minimo di 60 per permettere le complesse operazioni di presentazione delle liste e una giusta campagna elettorale”. 

Un periodo lungo, al quale si aggiungeranno altre settimane per la formazione del nuovo governo e che permetterà quindi al premier Mario Draghi – che rimane in carica per gli affari correnti – di continuare a guidare il Paese per circa altri quattro mesi. Fino ad allora, fino all'insediamento del nuovo Esecutivo, bisognerà andare avanti “con la stessa determinazione” dice Draghi, e, anzi, chiudere tutto quello che sarà possibile nel perimetro degli affari correnti proprio per “favorire” il governo che verrà.


“Non volevamo far cadere Draghi, ma si è reso indisponibile a un Bis. Probabilmente era stanco e ha colto la palla al balzo per andarsene. In ogni caso ha scelto lui”, così ha detto Silvio Berlusconi in un colloquio con il direttore di Repubblica Maurizio Molinari. Come dire: Forza Italia non ha votato la fiducia a Draghi, ma contavamo di recuperarlo con un suo governo-bis, però il giochetto non ha funzionato. Ma Forza Italia subisce l'onda d'urto della crisi, con Brunetta e Cangini che, dopo la Gelmini, scelgono di andarsene, e Mara Carfagna che riflette ma sembra anche lei sul punto di cambiare strada.
“Credo che sia stata una vergogna, l’Italia è stata tradita perché quei partiti che hanno deciso di non votare la fiducia al governo lo hanno fatto soltanto per interessi egoistici”. Lo ha detto il segretario del Pd, Enrico Letta, in un'intervista alla Bbc, commentando la crisi politica che ha portato alle dimissioni di Mario Draghi. Aggiungendo poi: “io penso che con i tre partiti che hanno fatto cadere Draghi è impossibile fare alleanze elettorali in questa tornata”.

 

Una delle prime conseguenze di tutto ciò? I tempi delle elezioni politiche si incroceranno con quelli della finanza pubblica, per la messa a punto della Manovra di bilancio per il 2023. Un calendario stringente che di fatto imporrà al futuro governo una corsa contro il tempo per evitare la 'dead line' del 31 dicembre, quando scatta l'esercizio provvisorio in base alle regole della Costituzione. 

In pratica la mancata approvazione della manovra di Bilancio entro fine anno fa scattare una sorta di contingentamento sulle spese che vengono ripartite in quattro dodicesimi, in pratica con una tagliola trimestrale, limitando quindi gli esborsi. Ma l'iter che porta alla Manovra comincia molto prima. 

Lo snodo è l'approvazione delle nuove previsioni macro economiche – dal Pil al deficit al debito – che il governo inserisce nella Nadef, la Nota di aggiornamento del Def che va presentata entro il 27 settembre. Poiché i tempi sono tali che non ci sarà un nuovo governo, sarà il ministro dell'Economia dell'esecutivo Draghi, Daniele Franco, a mettere a punto le nuove previsioni che, ovviamente, non potranno avere un carattere programmatico, cioè non potranno tener conto delle misure che si intende prendere. 

Dovranno limitarsi a indicare, come si dice tecnicamente, i 'tendenziali' a legislazione vigente. Cioè l'andamento dell'economia in assenza di interventi, ma solo in base a quanto già deciso nel passato. Poi entro il 15 ottobre un documento analogo con le stime va inviato all'Ue. Anche in questo caso sarà difficile che ci possa già essere un nuovo governo. Insomma, tra tante incognite che pesano su questo periodo, da qui all’autunno se ne aggiungono molte altre. 

Nel luglio 2012 Draghi a capo della Banca centrale europea pronunciò il celebre “whatever it takes” per salvare l’euro dalla crisi dei debiti sovrani, 10 anni dopo a capo dell’Esecutivo non ha detto la stessa cosa per salvare il suo governo.

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