A un anno e mezzo dal ritorno dei Talebani al potere in Afghanistan, il Paese è allo sbando: in grave crisi alimentare, sanitaria, umanitaria; isolato internazionalmente; in cui la repressione e la violazione dei diritti delle donne, completamente escluse dalla vita pubblica e sempre più private dell'istruzione, è sistematica.
La crisi alimentare ha raggiunto livelli senza precedenti: secondo l’Onu circa 23 milioni di persone – il 55% della popolazione afghana – è a rischio insufficienza alimentare, una vera e propria crisi umanitaria in un Paese che conta 3 milioni e mezzo di sfollati interni.
Una recente inchiesta della Bbc inglese mette in luce una situazione ancora più drammatica: tra gli abitanti, raccontano i giornalisti, la pratica della vendita di organi “si è fatta più diffusa”, e tra questi ci sono la mamma di una bambina costretta a vendere un rene sette mesi fa per ripagare un debito a causa di un gregge di pecore che sono morte. Ma la cifra di tremila dollari, ottenuta dalla vendita dell’organo, non è bastata per tirare avanti: “ora siamo costretti a vendere nostra figlia di due anni, le persone da cui abbiamo preso il prestito ci tartassano ogni giorno”, racconta la donna, mentre per il marito “è meglio morire che vivere così”.
Nell'inchiesta della Bbc emerge poi la pratica molto diffusa di somministrare oppiacei ai bambini per farli addormentare e non fargli sentire la fame: “una pasticca – spiega un intervistato – costa meno di un pezzo di pane”. E negli ospedali – riferisce l’Ong Medici Senza Frontiere (MSF) – quest'anno il tasso di ricoveri per il trattamento della malnutrizione è aumentato del 47%.
In questo scenario grave e devastato, si aggiunge la decisione del governo talebano, il 20 dicembre scorso, di sospendere – in pratica, di vietare – l’accesso alle donne nelle università. Un nuovo impedimento, una nuova discriminazione, dopo aver sospeso l’istruzione per le studentesse dalle scuole secondarie in su. Questa ennesima cattiva notizia è al centro dell’ultima Newsletter dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, a cui sono iscritto e che ricevo regolarmente.
Per protestare contro questa discriminazione molte donne afghane sono scese in piazza, ma alcune sono state anche arrestate e picchiate dai Talebani. Nel Paese le ragazze possono frequentare la scuola solo fino alla prima media, ma in alcune città molte bambine vengono rimandate a casa dalle scuole elementari perché le insegnanti donne hanno perso il lavoro, per un altro divieto del governo di Kabul.
Un regime di “apartheid di genere”, come lo ha definito il Parlamento europeo, in cui alle cittadine è vietato anche entrare nei parchi, nelle palestre e nei bagni pubblici, viaggiare senza parenti maschi al seguito, e dove sono obbligate a coprirsi dalla testa ai piedi per uscire di casa.
La decisione di vietare alle donne l’accesso alle università ha scatenato una lunga scia di critiche e proteste a livello internazionale. A quelle prevedibili delle istituzioni europee e Usa, si sono aggiunte reazioni insolitamente dure anche da parte di Paesi a maggioranza musulmana. È il caso di Turchia e Arabia Saudita, con quest’ultima che si è detta “scioccata e delusa” dalla decisione, mentre il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha definito la messa al bando “inumana e anti-islamica”.
Anche il governo del Qatar – che aveva fatto da mediatore tra gli Stati Uniti e i Talebani nei negoziati che hanno portato al ritiro delle truppe americane e Occidentali un anno e mezzo fa – ha criticato la decisione. E un invito a ripristinare l’educazione femminile nelle scuole e università è arrivato persino dal ministro degli Esteri dell’Iran, un Paese che da mesi reprime brutalmente le proteste delle attiviste contro l’obbligo del velo imposto alle donne.
