Se si prova a digitare il termine ‘Fake news’ su Google Trends, ci si rende subito conto di un fatto interessante: prima dell’autunno del 2016 questa espressione, oggi sulla bocca di tutti, era sostanzialmente inutilizzata, pressocché inesistente. Che cosa è successo, nel 2016, che spiega questa differenza tra un ‘prima’ e un ‘dopo’?
Una spiegazione è che le Fake news, proprio in quell’anno, avrebbero fatto la loro comparsa in grande stile, in occasione di due importanti eventi politici: il referendum sulla Brexit e le elezioni del presidente degli Stati Uniti d’America.
Ne parla bene un libro interessante, che s’intitola ‘Che cosa sono le Fake news’, scritto da Tommaso Piazza e Michel Croce, e pubblicato da Carocci editore. I due autori rimarcano: “in entrambi questi casi, come sembrerebbe confermato dal successivo scandalo di Cambridge Analytica, le Fake news avrebbero giocato un ruolo importante nel determinare l’esito delle consultazioni democratiche, promuovendo presso gli elettori più influenzabili il voto antieuropeista nel Regno Unito e la candidatura di Donald Trump negli Stati Uniti”. Il fenomeno ha poi avuto ampia diffusione, negli anni successivi, con numerose altre campagne di disinformazione.
Ma per fortuna ci sono anche alcune misure alle quali possiamo ricorrere per cercare di arginare la proliferazione di queste Fake news, di questa disinformazione. Ad esempio: l’importanza di una ‘dieta informativa’ variegata. Lo strumento con cui gli utenti dei Social network possono più facilmente difendersi dalle cascate di Fake news, che compaiono nelle loro bacheche, “è senza dubbio quello di adottare una dieta informativa sufficientemente variegata e, in particolare, una dieta che preveda non solo il consumo di notizie sui Social network bensì anche su Media tradizionali”, come quotidiani, telegiornali, programmi radio e libri.
Ecco poi altri due aspetti importanti: il Fact-checking e le strategie di Debunking. Ovvero: il più naturale e praticato strumento per contrastare la diffusione delle Fake news consiste nello sbugiardarle. Le parole chiave, per ciò che riguarda questo fronte della resistenza alla disinformazione, sono quindi: il Fact-checking, che è l’attività di controllo nei confronti della veridicità di una presunta notizia; e le strategie di Debunking, basate sul correggere gli effetti della disinformazione a cui le persone sono già state esposte (o sottoposte).
“Sono incoraggianti alcuni studi recenti che difendono l’efficacia di strategie preventive, basate sul preparare le persone, attraverso mirati messaggi di avvertimento, a resistere alla disinformazione che ancora non hanno incontrato”, spiegano i due autori: l’idea, nota anche come Prebunking, “è sorretta da un’analogia medica, secondo cui dovremmo ‘vaccinare’ le persone contro la disinformazione. In sostanza, secondo questo approccio, esponendo le persone a una versione indebolita del virus si andrebbe a stimolare la produzione di anticorpi capaci di suscitare in loro un’adeguata reazione immunitaria di fronte ad autentiche Fake news e di renderle, così, più resistenti al loro potere di persuasione”.
Sembra ad esempio che l’efficacia di una smentita aumenti quando è accompagnata da informazione contestuale, quando cioè ai destinatari della smentita sono fornite spiegazioni alternative, o quando è offerta loro la possibilità di riflettere sul possibile interesse di chi ha immesso in circolazione la falsa notizia.
C’è poi un altro baluardo contro le notizie false o distorte: l’educazione al pensiero critico e alle virtù intellettuali. In attesa di vederci più chiaro, oltre ad ampliare la nostra ‘dieta informativa’, a consultare siti di Fact-checking e ad acconsentire alla somministrazione di qualche tipo di ‘vaccino’ preventivo, possiamo sicuramente puntare su un altro strumento: l’educazione al pensiero critico.
Il pensiero critico trae informazioni dall’osservazione, l’esperienza, il ragionamento e la comunicazione. I suoi valori fondamentali sono la chiarezza, l'accuratezza, la precisione e l’evidenza.
