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Caldo record e cambiamento climatico, una scottante questione globale

Adriano Loponte

22 luglio 2023

Le ondate di gran caldo che in questi giorni e settimane avvolgono l’emisfero settentrionale arrivano meno di due settimane dopo che la Terra ha registrato quelle che gli scienziati hanno definito come “i giorni più caldi della storia moderna”. 

Se le responsabilità più dirette di queste temperature record sono da attribuire al ritorno di El Niño, un fenomeno meteorologico ciclico, l’aumento delle temperature è soprattutto un forte ammonimento del fatto che il cambiamento climatico è riconducibile innanzitutto all’Uomo: innumerevoli e autorevoli studi, infatti, hanno ormai chiarito che le emissioni di gas serra che intrappolano il calore sono causate principalmente dalla combustione di combustibili fossili. 

“Dal 19esimo secolo a oggi”, sottolinea il NewYork Times, “il Pianeta si è riscaldato di circa due gradi Fahrenheit e continuerà a diventare più caldo finché gli esseri umani non smetteranno di bruciare carbone, petrolio e gas”. Le temperature più alte contribuiscono a eventi meteorologici estremi e a rendere i periodi di caldo estremo più frequenti, più lunghi e più intensi. 

In queste settimane la situazione è di emergenza in diverse aree del mondo, dalla parte del nostro emisfero boreale, naturalmente, in quanto nell’altro emisfero è il periodo della stagione fredda. In Europa diverse città hanno introdotto stazioni di raffreddamento, mentre le amministrazioni locali invitano turisti e residenti a rimanere in casa durante le ore più calde della giornata. Allo stesso modo in Estremo e Medio Oriente le temperature soffocanti rappresentano una grave minaccia per gli abitanti e gli ecosistemi naturali.

 

Temperature record si sono registrate in Marocco, Algeria, Sud Italia, Iraq e Libano. In alcune zone dell’Iran il termometro ha raggiunto i 66 gradi Celsius, oltre i limiti di ciò che gli esseri umani possono normalmente sopportare. Ma a preoccupare gli esperti sono le previsioni per il futuro: secondo i climatologi dell’Hadley Centre – come riportato dal settimanale The Economist – le giornate in cui la temperatura supera i 50 gradi centigradi sono aumentate esponenzialmente dall’era preindustriale a oggi, ed entro il 2100 questi giorni diventeranno eventi meno eccezionali in tutto il Mediterraneo e il Medio Oriente. 

Picchi superiori a 45 gradi centigradi sono più probabili ogni anno. Ciò significa più siccità e incendi. E molto altro ancora. Il caldo estremo, ricorda l’Economist, “scioglie le strade, blocca le ferrovie e rende pericoloso il lavoro all’aperto”. Senza considerare i danni per la salute, in un’area del mondo in cui le ondate di calore causano già l’8% dei decessi legati alle condizioni atmosferiche.

In questo scenario torrido, Sati Uniti e Cina, i due Paesi che insieme producono circa il 40% delle emissioni che surriscaldano il Pianeta, almeno sull’emergenza climatica tornano a parlarsi. John Kerry, l’inviato degli Stati Uniti per il clima, è stato in Cina per una visita di tre giorni. Il governo cinese insiste nel chiedere “responsabilità comuni, ma differenziate” nella lotta al cambiamento climatico, tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo. 

“Il nostro impegno a ridurre le emissioni è incrollabile – ha detto il presidente cinese Xi Jinping – ma nessuno ci detterà i tempi”. Le emissioni della Cina sono più del doppio di quelle degli Stati Uniti, ma storicamente gli Stati Uniti hanno emesso più di qualsiasi altro Paese al mondo. 

Pechino e altre nazioni in rapido sviluppo hanno a lungo sostenuto che i Paesi più ricchi, in particolare quelli occidentali, siano stati in grado di progredire producendo enormi emissioni di carbonio per decenni. Riconoscendo le crescenti difficoltà diplomatiche tra i due Paesi negli ultimi anni, Kerry ha affermato che il clima dovrebbe essere trattato come una sfida “a sé stante” che richiede gli sforzi congiunti delle maggiori economie del mondo per essere risolta.

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