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Rappresentazione visiva dell'articolo: AI e nuova manifattura: il bivio strategico del Made in Italy

AI e nuova manifattura: il bivio strategico del Made in Italy

Adriano Loponte

04 dicembre 2025

(ispirato alle riflessioni di Marco Bentivogli e Giuliano Noci)Il 2026 sarà un anno decisivo per la manifattura italiana. Come osservano Marco Bentivogli e Giuliano Noci, l’AI non è più un complemento tecnologico ma il nuovo terreno su cui si misura la competitività industriale. Dopo anni di delocalizzazioni e investimenti intermittenti, la tecnologia torna al centro del modello produttivo e ridisegna priorità, filiere e processi. L’Italia arriva a questa fase con asset importanti, competenze tecniche diffuse, forte cultura industriale, filiere integrate, ma anche con ritardi strutturali in digitalizzazione, infrastrutture e capitale umano.La sfida è chiara: non si tratta semplicemente di “adottare l’AI”, ma di ripensare l’intera organizzazione industriale. I Paesi che hanno già imboccato questa strada, dagli Stati Uniti alla Germania, stanno usando l’intelligenza artificiale per trasformare il design dei prodotti, la gestione dei dati, la manutenzione predittiva, la pianificazione energetica. In Italia molte imprese sperimentano strumenti digitali, ma spesso in modo tattico, senza un’integrazione profonda nei processi decisionali. Il rischio non è tecnologico, è strategico: introdurre innovazioni senza una governance chiara produce benefici limitati e non genera vantaggio competitivo.La manifattura italiana resta infatti più esposta alle incertezze del contesto energetico e alle tensioni sui costi. Per questo il nodo infrastrutturale diventa centrale: automazione e AI richiedono stabilità energetica, reti più robuste, capacità di calcolo distribuite e investimenti che accompagnino l’evoluzione dei siti produttivi. Un Paese che vuole mantenere un ruolo di primo piano nelle catene globali deve garantire un ambiente industriale coerente, in cui l’adozione dell’AI si combini con politiche fiscali favorevoli all’innovazione e un piano credibile per la transizione ecologica.Ma il vero discrimine, come sottolineano Bentivogli e Noci, riguarda il capitale umano. L’intelligenza artificiale ridisegna ruoli e competenze: servono tecnici specializzati, progettisti digitali, data analyst, manager capaci di guidare il cambiamento. Non si tratta di sostituire persone con algoritmi, ma di amplificare la capacità decisionale e operativa dell’impresa. Le aziende che investiranno in formazione e riqualificazione professionale saranno anche quelle in grado di attrarre giovani talenti e colmare il divario generazionale che oggi caratterizza molte filiere italiane.Il Made in Italy non è destinato a perdere valore, ma a trasformarsi. La dimensione artigianale, il design, la qualità produttiva possono convivere con l’AI se integrati in un modello che unisca creatività e dati, efficienza e personalizzazione. È questa combinazione, non la semplice automazione, che può rendere le nostre imprese più competitive sui mercati internazionali.La posta in gioco non riguarda solo il PIL industriale, ma la capacità del Paese di costruire un nuovo ciclo di crescita. L’AI può generare produttività, ridurre sprechi, accelerare l’innovazione nei prodotti e nei servizi, aprire nuovi segmenti di mercato. Tuttavia, per cogliere questa opportunità servono decisioni rapide: investimenti privati più coraggiosi, politiche pubbliche più coordinate, un ecosistema che faciliti l’adozione dell’AI anche nelle PMI.Il messaggio è chiaro: la tecnologia è una leva, non un destino. Il futuro della manifattura italiana dipenderà dalla visione con cui imprese e istituzioni sceglieranno di usarla. Come ricordano Bentivogli e Noci, il tempo non è infinito: la finestra per trasformare il sistema produttivo è aperta adesso. E l’Italia ha ancora tutte le carte per giocarla da protagonista. 

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