C'è un dettaglio che rende il passaggio di consegne tra Tim Cook e John Ternus diverso da tutti i cambi al vertice raccontati negli ultimi anni a Wall Street: chi arriva non deve salvare nulla. Non c'è un'azienda in crisi da rimettere in piedi, non ci sono conti da sistemare, non c'è un mercato da riconquistare. Apple, nel trimestre chiuso a giugno, ha fatto 109,4 miliardi di dollari di ricavi, il 16% in più dell'anno prima, con un margine lordo che sfiora ancora il 50%. iPhone, Mac e servizi hanno tutti segnato record. Ternus si siede su una poltrona comodissima. Ed è proprio questo, paradossalmente, il problema. Cook ha preso Apple nel 2011 e l'ha trasformata da azienda di culto, brillante ma sostanzialmente monoprodotto, in una macchina finanziaria che il Financial Times descrive come capace di moltiplicare per venti volte la propria capitalizzazione, restituendo agli azionisti oltre mille miliardi di dollari in quindici anni. Non è poco: è probabilmente una delle gestioni più efficaci nella storia del capitalismo americano. Ma è anche, va detto senza troppi complimenti, una gestione che ha eccelso nell'esecuzione più che nell'invenzione. Cook ha fatto girare alla perfezione una macchina che Steve Jobs aveva progettato. Ternus non avrà questo lusso.Il problema non è vendere iPhone. È capire cosa viene dopo Per quindici anni lo smartphone è stato il centro di gravità di tutto: pagamenti, app, contenuti, dispositivi indossabili, persino la casa connessa. Tutto passava, e in gran parte passa ancora, da lì. Ma qualcosa si sta muovendo, e non è difficile capire cosa: se un assistente basato su intelligenza artificiale diventa davvero capace di capire cosa vediamo, cosa ascoltiamo, cosa stiamo facendo, il telefono in tasca smette di essere indispensabile allo stesso modo. Diventa un contenitore tra tanti possibili. Apple lo sa, ovviamente. A giugno ha lanciato Siri AI, una versione riscritta da zero, pensata per capire il contesto personale dell'utente e quello che succede sullo schermo. Il problema è che arriva tardi, e lo sanno tutti a Cupertino quanto fuori. OpenAI, Google, Microsoft, Meta hanno bruciato miliardi su miliardi nei modelli fondativi mentre Apple, storicamente cauta e ossessionata dalla privacy, restava a guardare. La vera carta che Ternus ha in mano non è tecnologica: sono i due miliardi di dispositivi già nelle tasche e sulle scrivanie di mezzo mondo. Il vantaggio di Apple, se esiste, sarà di distribuzione, non di ricerca. Trasformare quella base installata in un vantaggio nell'AI è probabilmente il compito numero uno del nuovo CEO e nessuno, in questo momento, può dire con certezza se ci riuscirà.Il 9 settembre Apple dovrebbe presentare la nuova gamma, e per la prima volta potrebbe includere un pieghevole vero. Reuters parla di oltre 17 milioni di unità distribuite entro il 2027,una stima ambiziosa, considerando quanto Apple sia stata storicamente prudente nell'inseguire i concorrenti coreani su questo fronte. Ma il pieghevole, a conti fatti, è ancora uno smartphone. La scommessa che conta davvero, quella che potrebbe ridefinire il decennio, riguarda gli occhiali intelligenti. Il Vision Pro ha dimostrato che Apple sa costruire hardware sofisticatissimo, ma prezzo e ingombro lo hanno relegato a prodotto di nicchia, quasi una dimostrazione tecnologica più che un business. L'obiettivo vero è un altro: occhiali leggeri, indossabili tutto il giorno, capaci di vedere quello che vede chi li porta e di usare l'AI per interpretare il mondo intorno. Se Apple riuscisse a farlo funzionare, e sottolineo se,avrebbe in mano il vero erede dello smartphone. In caso contrario, avrà semplicemente un altro accessorio.C'è poi un fronte meno affascinante ma, per chi guarda i numeri, altrettanto decisivo: i servizi. L'App Store resta uno dei motori di profitto più potenti del gruppo, ma è sotto assedio regolamentare da anni, e in Europa la pressione si sta traducendo in fatti concreti. Dal 1° ottobre entrano in vigore le nuove condizioni imposte da Bruxelles: commissioni ridotte per i pagamenti alternativi e una Core Technology Commission al 5% per le app distribuite fuori dall'App Store. Non è uno scenario da poco: è un pezzo del modello di business che si erode, un centesimo alla volta, sotto la spinta di regolatori sempre più aggressivi.Il risultato è che Ternus si trova a dover difendere contemporaneamente tre gambe: hardware, servizi ed ecosistema,mentre ne costruisce una quarta, l'intelligenza artificiale, partendo in ritardo rispetto a chi quella corsa l'ha iniziata anni fa. Cook ha dimostrato di saper amministrare un impero con una disciplina quasi ossessiva. La domanda a cui Ternus dovrà rispondere è più scomoda, e nessun trimestre da record potrà nascondere: Apple, dopo l'iPhone, sa ancora inventare qualcosa di nuovo? Ai posteri e ai bilanci dei prossimi cinque anni la risposta.
