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Rappresentazione visiva dell'articolo: Auto cinesi, l'Europa chiude la porta alle elettriche e si accorge solo ora delle ibride

Auto cinesi, l'Europa chiude la porta alle elettriche e si accorge solo ora delle ibride

Adriano Loponte

13 ottobre 2026

Adriano

C'è qualcosa di familiare nel modo in cui l'Europa sta scoprendo il problema delle auto ibride cinesi. Nell'autunno del 2024 Bruxelles ha imposto dazi aggiuntivi sulle elettriche prodotte in Cina, convinta di aver alzato un argine. Due anni dopo si accorge che l'acqua è passata da un'altra parte. Solo adesso, con le ibride cinesi ormai nei piazzali dei concessionari, comincia a chiedersi se non sia il caso di intervenire.Secondo indiscrezioni di Bloomberg, la Commissione starebbe valutando un tetto temporaneo alle importazioni di ibride cinesi, da far scattare se il negoziato con Pechino non darà risultati. Di decisioni non ce ne sono ancora. Ma il fatto stesso che se ne parli dice molto. È l'ammissione implicita che la strategia seguita finora aveva un buco grande quanto un mercato.I numeri, del resto, erano lì da vedere. Nell'ottobre 2024, proprio mentre entravano in vigore i dazi sulle elettriche, dalla Cina arrivavano circa 3.800 ibride. A luglio 2026 erano 50.000. È una curva salita mese dopo mese sotto gli occhi di tutti. Ad agosto i marchi cinesi, BYD in testa, si avvicinavano al 12% delle immatricolazioni in Europa. Nelle ibride plug-in sfioravano un terzo del mercato.Come è stato possibile? Semplice: le ibride pagano solo il normale dazio europeo del 10%, non i dazi compensativi pensati per le elettriche. I costruttori cinesi non hanno dovuto inventarsi nulla di particolarmente astuto. Hanno letto le regole e spostato l'offerta dove la porta era rimasta aperta. Era prevedibile? Direi di sì. Chi conosce le aziende cinesi sa quanto sono rapide ad adattare la gamma ai vincoli che trovano. Bruxelles ha ragionato come se l'avversario dovesse restare fermo.Il guaio è che intervenire adesso è molto più complicato che farlo due anni fa. Le reti di vendita cinesi in Europa ormai esistono, i marchi sono diventati familiari, e molti automobilisti hanno già provato quelle auto e ne sono soddisfatti. Una quota di mercato conquistata non si restituisce con un decreto. E Pechino lo sa. Secondo il Financial Times, ripreso da Reuters, ha già respinto la richiesta europea di limitare volontariamente le esportazioni di ibride. Il commissario al Commercio Maroš Šefčovič sta trattando con il ministro Wang Wentao, ma le posizioni restano lontane.C'è poi un'altra domanda, più scomoda: siamo sicuri che il problema sia solo la Cina? L'automotive europeo era in affanno prima che arrivassero BYD e compagnia. Pesavano l'energia cara, una transizione elettrica costosissima e una domanda interna fiacca. La Germania ne è l'esempio più evidente. Porsche, che per decenni ha guadagnato vendendo poche auto con margini altissimi, ha dovuto annunciare tagli ai costi e al personale e un ritorno ai modelli premium. L'obiettivo è riportare nel lungo periodo il margine operativo al 15%, dopo il crollo del 2025. Se fatica Porsche, il tema va oltre il prezzo delle auto cinesi.Il quadro generale non aiuta. Nel 2025 il deficit commerciale dell'Unione con la Cina è arrivato a circa 360 miliardi di euro, quasi un miliardo al giorno. Un'escalation sui dazi avrebbe un costo preciso, soprattutto per i tedeschi, che in Cina hanno realizzato una parte enorme dei loro profitti. E le ritorsioni non colpirebbero solo le auto.Le Borse, intanto, hanno festeggiato. Alla notizia Volkswagen è salita fino al 4,6%, Renault fino al 6,1% e Mercedes fino al 2%. È comprensibile, ma una barriera all'ingresso migliora i conti del prossimo trimestre, mentre la competitività dei prossimi dieci anni resta dov'è. E alla fine paga l'automobilista. Si ritrova con meno scelta e prezzi più alti, e quindi tiene la vecchia auto un po' più a lungo.Sia chiaro, l'Europa ha tutto il diritto di difendersi. Se i prezzi cinesi sono resi possibili da sussidi pubblici, reagire è legittimo. Il punto è il tempismo, e il metodo. Si interviene sempre dopo, inseguendo l'ultima falla. Nessuno si chiede perché le nostre case automobilistiche facciano così fatica a produrre un'ibrida competitiva allo stesso prezzo. È questa la domanda a cui nessun tetto alle importazioni risponde.Forse è davvero troppo tardi per fermare le ibride cinesi. Di sicuro non è troppo tardi per smettere di arrivare in ritardo. Servirebbe però una politica industriale europea vera, al posto di ventisette politiche nazionali che si parlano poco. E servirebbe la disponibilità a investire in ricerca, energia e fabbriche più efficienti.Altrimenti, tra qualche anno, saremo qui a discutere di un tetto alle importazioni di qualcos'altro. E scopriremo, ancora una volta, che il problema era cominciato molto prima.

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