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Rappresentazione visiva dell'articolo: Basta retorica: puntare sui giovani non è generosità, è pura sopravvivenza

Basta retorica: puntare sui giovani non è generosità, è pura sopravvivenza

Adriano Loponte

23 gennaio 2026

C'è un equivoco di fondo che continua a inquinare il dibattito pubblico italiano. Ogni volta che parliamo del futuro dei giovani, finiamo quasi inevitabilmente per farne una questione morale, etica, se non addirittura caritatevole. Sembra che occuparsi delle nuove generazioni sia un atto di gentilezza, una concessione che gli adulti fanno ai ragazzi, un po' come si lascia la mancia dopo un buon servizio.Stiamo guardando il problema dalla lente sbagliata. Non si tratta di essere generosi. Non si tratta di "fare spazio" per cortesia. Si tratta di capire se questo Paese ha intenzione di restare in piedi nei prossimi vent'anni o se ha deciso di spegnersi lentamente. Senza un nuovo, radicale patto tra le generazioni, l’Italia non si limita a invecchiare anagraficamente: si sta prosciugando nelle sue energie vitali e, soprattutto, nelle sue prospettive economiche.Il tema è tornato prepotentemente attuale negli ultimi mesi, e per fortuna i toni stanno cambiando. Lo abbiamo sentito nelle parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha smesso di usare toni paternalistici per spronare i ragazzi a essere esigenti, a prendersi la scena. Lo abbiamo letto nelle analisi lucide del Governatore di Bankitalia Fabio Panetta, che ha legato la questione giovanile non ai buoni sentimenti, ma alla brutale sostenibilità del nostro debito e del nostro sviluppo.Tuttavia, è il demografo Alessandro Rosina a mettere il dito nella piaga con una precisione chirurgica: guardare come vivono, lavorano e (non) progettano i giovani oggi è come guardare il trailer del nostro futuro collettivo. La condizione giovanile è un’anticipazione della struttura sociale di domani. Ignorarla, o trattarla come un problema settoriale, è un suicidio programmato.Un mondo che non esiste più (e non tornerà)Dobbiamo dircelo chiaramente, senza nostalgie: quel vecchio accordo tacito su cui si è retta l'Italia del secondo dopoguerra è andato in frantumi. Non esiste più.Nel Novecento l'equazione era semplice e virtuosa: la popolazione cresceva, il lavoro stabile aumentava, il rapporto tra chi lavorava e chi stava a riposo era estremamente favorevole. In quel contesto di espansione continua, proteggere chi era già "dentro" il sistema, con posti fissi blindati e pensioni generose, non faceva danni. Anzi: la marea che si alzava portava in alto tutte le barche, e proteggere i padri significava, indirettamente, costruire opportunità anche per i figli che entravano nel mercato.Oggi viviamo in un mondo rovesciato. Siamo una delle società più longeve al mondo (un bene, certo), ma con pochissimi giovani, un debito pubblico mostruoso e un mercato del lavoro frammentato. Continuare a difendere lo status quo e le rendite di posizione in questo scenario non è neutrale. Significa scaricare un macigno di costi sulle spalle di chi ha meno forza numerica e politica per opporsi.Non è solo una questione di ingiustizia sociale: è una follia economica. Un sistema che tutela solo il passato riduce la sua crescita potenziale, ammazza la produttività e smette di innovare. È come un'azienda che spende tutto il budget per manutenere i vecchi macchinari e zero per la ricerca e sviluppo: è destinata a chiudere.La trappola della doppia disuguaglianzaL'analisi di Rosina ci aiuta a vedere un altro aspetto spesso sottovalutato: i giovani italiani sono stritolati in una morsa doppia.Da un lato c'è lo squilibrio tra generazioni (giovani vs anziani). Dall'altro, c'è un fossato sempre più profondo dentro la stessa generazione giovane. In un Paese dove lo Stato sociale è debole sui servizi e forte solo sui trasferimenti monetari (pensioni), la famiglia di origine diventa l'unico vero ammortizzatore sociale.Chi ha alle spalle genitori solidi, relazioni giuste e magari una casa di proprietà, può permettersi di studiare a lungo, di fare stage non pagati, di aspettare l'occasione giusta. Chi non ha questo "zaino" di privilegi parte sconfitto in partenza.Il risultato è sotto gli occhi di tutti: sfiducia, disimpegno, e la famosa "fuga dei cervelli". Ma attenzione alle parole. Quando un ragazzo laureato e brillante fa le valigie per andare a Berlino o a Londra, non lo fa per capriccio o perché non ama l'Italia. Lo fa perché è un attore economico razionale. Risponde a un sistema che non paga il merito, che offre stipendi da fame e percorsi di carriera bloccati.Per un Paese che fa sempre meno figli, lasciar scappare quei pochi talenti che ha formato a spese della collettività equivale a bruciare il proprio capitale umano. È un lusso che non ci possiamo permettere.Non servono mance, serve potereQui arriviamo al cuore della soluzione, che richiede un cambio di paradigma totale. Fino ad ora, la politica ha risposto con i "bonus". Bonus cultura, bonus affitti, sgravi temporanei. Questa è quella che possiamo chiamare "equità correttiva": cerco di tappare i buchi e ridurre lo svantaggio.Ma non basta più. Quello che serve oggi è un’equità abilitante."Abilitare" significa smetterla di trattare i giovani come categorie da proteggere e iniziare a dar loro gli strumenti per fare. Significa creare le condizioni affinché possano sviluppare competenze, avere un accesso facile al credito per fare impresa, trovare un mercato della casa accessibile senza dover chiedere garanzie ai nonni.Stiamo attraversando transizioni epocali — quella digitale e quella ecologica. Chi le deve guidare queste transizioni? I sessantenni? Se non diamo ai ventenni e ai trentenni le chiavi della macchina, l'Italia resterà ferma al palo, spettatrice passiva dei cambiamenti globali.Spostare il baricentro dal passato al futuroRiscrivere questo patto generazionale non è una guerra contro gli anziani. Nessuno vuole togliere dignità a chi ha lavorato una vita. Ma è necessario un atto di onestà intellettuale basato sulla reciprocità. Chi ha vissuto e beneficiato di un contesto economico irripetibile deve riconoscere che quel modello non è più sostenibile.Bisogna avere il coraggio politico di spostare le risorse. In termini finanziari, significa allocare la spesa pubblica verso ciò che aumenta il potenziale di crescita futura (istruzione, ricerca, infrastrutture tecnologiche, asili nido) e meno verso la protezione passiva delle rendite esistenti.Un nuovo patto generazionale non è un favore che facciamo ai nostri figli. È l'unica scelta razionale per evitare il collasso dei conti pubblici e del sistema sanitario e previdenziale nei prossimi decenni.L’invito ai giovani a essere protagonisti, tanto caro alla retorica istituzionale, diventa credibile solo se la società li mette concretamente in condizione di esserlo. Se gli diamo il volante, non solo il sedile passeggero. Altrimenti resta tutto un esercizio di stile. E la retorica, in economia, è spesso solo il modo più elegante per rinviare decisioni che diventano ogni anno più costose, fino a diventare irreparabili. 

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