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Rappresentazione visiva dell'articolo: Benzina a 1,99 euro: il tetto di Eni regge finché regge il tempo

Benzina a 1,99 euro: il tetto di Eni regge finché regge il tempo

Adriano Loponte

30 settembre 2026

Adriano

Lunedì 28 settembre, in circa 4.000 distributori Eni-Enilive, il prezzo della benzina si è fermato a 1,99 euro al litro, quello del gasolio a 2,19. Per trenta giorni, e forse fino a fine anno, quei numeri non si muoveranno, qualunque cosa accada sui mercati internazionali. Per una società quotata è una scelta insolita. Vale la pena capire perché sia arrivata adesso.Prima di tutto, quanto vale. Eni stima un risparmio medio di circa 17 centesimi al litro: su un pieno da 50 litri fanno 8,50 euro. Nessuna famiglia cambierà il proprio tenore di vita per questo. I due euro, però, non sono una soglia qualsiasi. Sono il punto in cui l'inflazione smette di essere un dato statistico e diventa qualcosa che si legge sul cartello del distributore tornando dal lavoro. Il governo lo sa bene, e ha accolto l'iniziativa con favore. Pochi giorni dopo IP ha annunciato un proprio intervento sui prezzi.Leggere tutto questo come una guerra di sconti fra compagnie porterebbe fuori strada. Il Brent è tornato sopra i 100 dollari, ma chi segue i mercati dell'energia guarda soprattutto a un altro indicatore: il margine fra il greggio e i prodotti raffinati. Quando mancano impianti per trasformare il petrolio in benzina e gasolio, quel margine si allarga. Il prezzo alla pompa può allora correre più veloce del barile. In Europa di impianti ne mancano: secondo Eni, negli ultimi quindici anni ne sono state chiuse quasi trenta.L'Italia è un caso curioso. Abbiamo ancora raffinerie importanti e sul gasolio siamo esportatori netti. Nel 2025 ne abbiamo venduti all'estero 7,92 milioni di tonnellate e comprati 5,23, con una produzione di circa 25 milioni contro consumi per 23,3. Sulla carta dovremmo essere protetti, ma i prezzi sono saliti lo stesso. Il motivo è che i carburanti si scambiano su un mercato unico, dove il prezzo si forma a livello internazionale e non in base al saldo di un singolo Paese. Il governo ha comunque convocato petrolieri e raffinatori per l'8 ottobre, per valutare un aumento della produzione nazionale.Resta da capire come Eni possa permettersi di bloccare il prezzo. La risposta è nella sua struttura. Il gruppo estrae, raffina e distribuisce, quindi può spalmare il rincaro lungo tutta la filiera, guadagnando un po' meno in un punto per tenere fermo il prezzo in un altro. Un distributore indipendente, che compra il prodotto già raffinato sul mercato, non ha questo margine di manovra. Il tetto diventa così anche una pressione competitiva sui concorrenti, e non solo un gesto verso i consumatori.Alla fine, però, il conto qualcuno lo paga. Oggi lo paga in parte Eni, con margini più sottili. Lo Stato, secondo Reuters, ha già impegnato circa 2,8 miliardi fra riduzioni temporanee delle accise e agevolazioni sui carburanti. Nel frattempo, nel dibattito politico, torna l'ipotesi di un prelievo sugli extraprofitti del settore. Se lo shock dovesse durare, la parte più grande finirebbe dove finisce sempre: nei prezzi.A quel punto la questione riguarderebbe anche chi l'auto non ce l'ha. Il gasolio muove i camion, i trattori e buona parte della logistica. Un rincaro che si trascina per mesi entra nei costi delle imprese e, poco alla volta, nel carrello della spesa. Per Francoforte sarebbe una complicazione in più, proprio mentre la politica monetaria cerca un equilibrio.Non è la prima volta che l'Europa scopre di aver ridotto una capacità produttiva prima di averne costruita un'altra. Con il gas è già successo. Il tetto di Eni compra qualche settimana. Come usarle dipende da Roma e da Bruxelles, più che dai distributori.

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