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Rappresentazione visiva dell'articolo: Debito, energia e mercati: l'Europa deve decidere cosa vuole costruire

Debito, energia e mercati: l'Europa deve decidere cosa vuole costruire

Adriano Loponte

11 ottobre 2026

Adriano

Kristalina Georgieva lo ripete da tempo, ma questa volta il tono è più preoccupato: i governi devono rimettere ordine nei conti pubblici, e devono farlo presto. L'avvertimento della direttrice del Fondo Monetario Internazionale arriva in un momento poco tranquillo. I rendimenti dei titoli di Stato stanno risalendo, le Borse sono nervose e quasi ogni Paese ha davanti una lista di spese difficili da rimandare: difesa, energia, intelligenza artificiale, industria.Detta così sembra la solita raccomandazione alla prudenza. In realtà la questione è più interessante, perché mette l'Europa davanti a una scelta che finora ha preferito evitare.Nei giorni scorsi il BTP decennale ha toccato il 4,63% e il rendimento del Treasury americano è salito per qualche momento al 5,36%. Chi ha in portafoglio obbligazioni lo ha notato subito, perché quando i rendimenti salgono i prezzi dei titoli già in circolazione scendono. Per gli Stati il problema è un altro: ogni volta che rinnovano il debito in scadenza lo pagano più caro.Una parte di questi movimenti è stata amplificata dagli hedge fund che operano con la leva sui titoli di Stato. Quando il mercato gira in fretta, sono costretti a chiudere le posizioni e così accelerano la discesa. Sarebbe comodo dare tutta la colpa alla speculazione, ma non sarebbe onesto. Gli investitori stanno semplicemente facendo i conti: l'inflazione non è del tutto domata, i deficit restano alti e nei prossimi anni i governi dovranno collocare una quantità enorme di nuovi titoli. È normale che chiedano di essere pagati di più. Il punto delicato è proprio questo. Il denaro costa di più nel momento in cui servirebbe di più.Se c'è un tema su cui l'Europa parte svantaggiata, è l'energia. Lo abbiamo capito bene durante la crisi del gas, e non è cambiato molto da allora. Le imprese europee pagano elettricità e gas più delle concorrenti americane, e nei settori che consumano tanto, come chimica, acciaio e ceramica, la differenza si vede direttamente nei bilanci. Prima si riducono i margini, poi si rinviano gli investimenti. Alla fine qualcuno sposta la produzione altrove.L'intelligenza artificiale rende tutto più urgente. I data center hanno bisogno di quantità di energia enormi e di reti elettriche all'altezza. Un Paese che non riesce a garantirle resta fuori dalla partita, qualunque sia il suo debito pubblico. Puntare sulle rinnovabili è giusto, ma da solo non risolve. Servono reti, sistemi di accumulo e forniture sicure, cioè proprio quegli investimenti lunghi e costosi che oggi vanno finanziati a tassi più alti.Qui torna in gioco la vecchia distinzione tra debito buono e debito cattivo. Indebitarsi per pagare la spesa corrente significa spostare il conto sui figli. Farlo per costruire reti, scuole, ricerca e infrastrutture può invece far crescere l'economia abbastanza da rendere quel debito sostenibile.Il rischio è che l'etichetta diventi un lasciapassare. Basta chiamare "strategico" un progetto per farlo sembrare automaticamente utile. In Italia sappiamo bene quante opere sono state annunciate come decisive e poi sono rimaste a metà, o sono costate il doppio del previsto. Un investimento pubblico fatto male è debito cattivo, anche se porta un nome importante.Alla fine la regola è abbastanza semplice. Se l'economia cresce meno di quanto costa il debito, i conti peggiorano anche senza spendere un euro in più. Se invece cresce la produttività, il rapporto tra debito e PIL può scendere senza bisogno di nuove tasse o di tagli dolorosi.L'Europa deve tenere i conti in ordine per non perdere la fiducia dei mercati e, nello stesso tempo, trovare capitali per non restare indietro. Una strada c'è, ed è quella degli investimenti comuni, accompagnati da un vero mercato unico dei capitali. Il risparmio privato europeo è enorme e oggi finanzia troppo poco le imprese europee.Anche il debito comune, però, funziona solo se ha regole chiare e obiettivi verificabili. Non può diventare il posto dove nascondere i problemi che i bilanci nazionali non hanno risolto.Per chi investe questo significa abituarsi a un mercato obbligazionario più sensibile alle scelte dei governi. Nelle azioni, poi, i premi andranno alle aziende capaci di trasformare gli investimenti in tecnologia ed energia in utili veri.Il richiamo di Georgieva, letto bene, non è un invito all'austerità. È una domanda rivolta ai governi su cosa vogliono costruire con soldi che da oggi costeranno di più. L'Europa farebbe bene a rispondere prima che lo facciano i mercati al posto suo. 

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