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Rappresentazione visiva dell'articolo: Draghi e il bivio dell’Europa: senza un salto sull’AI, il rischio è la stagnazione

Draghi e il bivio dell’Europa: senza un salto sull’AI, il rischio è la stagnazione

Adriano Loponte

05 dicembre 2025

Il messaggio di Mario Draghi, pronunciato al Politecnico di Milano, è tra i più diretti e urgenti lanciati in Europa negli ultimi anni: se il continente non accelera sull’intelligenza artificiale, il rischio non è solo perdere competitività, ma scivolare in una stagnazione di lungo periodo. Un monito che arriva non da un osservatore esterno, ma dall’ex presidente della BCE, uno dei leader europei con la più profonda conoscenza delle fragilità strutturali del sistema.Draghi individua il punto di partenza: l’Europa non cresce perché non innova abbastanza. Negli ultimi vent’anni, mentre gli Stati Uniti costruivano un ecosistema integrato di ricerca, capitale privato, proprietà intellettuale e grandi piattaforme tecnologiche, l’Europa accumulava ritardi regolatori e frammentazioni amministrative. Il GDPR, simbolo delle ambizioni europee sul fronte dei diritti digitali, si è trasformato in un vincolo che spesso limita più l’innovazione che non la tutela dei cittadini. È un tema che pesa soprattutto sulle PMI: “pagano il prezzo più alto”, ricorda Draghi, perché devono sostenere costi regolatori che le grandi big tech americane assorbono con facilità.La fotografia è netta: due terzi delle startup europee scelgono di crescere negli Stati Uniti, dove il sistema di incentivi fiscali e di finanziamento del private capital permette sperimentazione e scale-up più rapidi. In Europa, invece, solo un terzo dei brevetti universitari arriva davvero sul mercato. Non è una questione di mancanza di talenti, ma di incapacità di trasformare ricerca e competenze in impresa.Il cuore dell’analisi di Draghi, però, riguarda la produttività. Il continente ha smesso di crescere non perché manchi lavoro, ma perché mancano tecnologie e modelli organizzativi capaci di generare nuovi incrementi di efficienza. L’AI rappresenta l’unica leva in grado di rompere questo ciclo. In sanità, ad esempio, strumenti di triage basati su algoritmi hanno già ridotto le attese in pronto soccorso di oltre il 55%, liberando ore-uomo da destinare all’assistenza. Nell’educazione, sistemi di tutoraggio adattivi stanno colmando gap significativi tra studenti di contesti diversi. Tecnologia non come sostituzione del lavoro, ma come riduzione delle disuguaglianze.Draghi sa bene che l’AI non è un tema “industriale”, ma politico. Per colmare il divario con Stati Uniti e Cina servono tre cose: investimenti pubblici mirati, regole che favoriscano l’innovazione e un nuovo assetto della proprietà intellettuale. Qui Draghi evoca un precedente illuminante: il Bayh-Dole Act statunitense del 1980, che permise alle università di detenere la proprietà delle invenzioni finanziate con fondi pubblici, innescando un ciclo virtuoso di trasferimento tecnologico e creazione di imprese. L’Europa ha bisogno di un modello simile, capace di tradurre la ricerca in ricchezza reale.Un secondo fronte riguarda le infrastrutture. L’AI più avanzata richiede potenza di calcolo, data center, cloud pubblico e privato, reti ad alta velocità. Elementi che il continente possiede solo in parte. Il rischio, come sottolineano anche i più recenti report internazionali, è che l’Europa ambisca a costruire sistemi di AI senza avere la “fognatura digitale” necessaria a sostenerli. Gli Stati Uniti hanno una sovrabbondanza di capacità computazionale; la Cina sta integrando cloud, semiconduttori e manifattura in un’unica strategia industriale. L’Europa, invece, è ancora nel mezzo del guado.La conclusione di Draghi è più un invito che una critica: non andate via, cambiate il sistema da dentro. Parla ai giovani, ma indirettamente parla alle imprese e alla politica. “Pretendete le condizioni che permettono ai vostri coetanei di avere successo altrove.” È un messaggio limpido: l’Europa non deve imitare gli altri, ma creare un proprio modello. Tuttavia, per riuscirci deve liberarsi delle zavorre che oggi frenano innovazione, crescita e competitività.Dietro il suo monito si nasconde una verità macroscopica: la battaglia economica dei prossimi dieci anni si giocherà sulla velocità con cui un sistema riesce ad adottare l’AI. Chi saprà integrarla meglio conquisterà produttività, talenti e capitale. Chi resterà indietro non potrà più recuperare.E oggi l’Europa non può più permettersi di restare indietro. 

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