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Rappresentazione visiva dell'articolo: El Niño: quando il clima entra nei mercati

El Niño: quando il clima entra nei mercati

Adriano Loponte

05 settembre 2026

Adriano

Il cambiamento climatico viene raccontato quasi sempre come un problema ambientale. Ma quando fenomeni come El Niño si fanno più intensi e persistenti, la questione smette in fretta di essere solo climatica: diventa economica, finanziaria, geopolitica. L’Organizzazione meteorologica mondiale segnala che l’attuale El Niño potrebbe rafforzarsi ulteriormente nei prossimi mesi, con persistenza stimata fino a febbraio 2027. La probabilità indicata dalla WMO che il fenomeno continui fino all’inizio del prossimo anno sfiora il 100%.Il primo settore a incassare il colpo è, come sempre, l’agricoltura.El Niño altera la distribuzione delle piogge nel mondo: siccità prolungate in alcune aree, precipitazioni eccezionali in altre. Il problema per i mercati è che gran parte dei prodotti alimentari globali cresce proprio nelle regioni più esposte a queste oscillazioni. Asia, America Latina, Africa e Australia restano nodi cruciali per cereali, riso, mais, soia, zucchero, caffè, cacao, oli vegetali. Quando le rese calano contemporaneamente in più aree produttrici, l’impatto sui prezzi può farsi sentire.La FAO ha già segnalato rischi crescenti per la produzione in alcune zone dell’Africa subsahariana, dell’Asia orientale e dell’America centrale, mentre altre regioni potrebbero affrontare il problema opposto: piogge sopra la media, con rischio di alluvioni e danni alle coltivazioni.Bisogna però evitare un automatismo troppo semplice. El Niño non significa aumento generalizzato di tutte le materie prime agricole: i mercati sono frammentati, una siccità che danneggia il mais in una regione può coincidere con un buon raccolto altrove, e su tutto pesano scorte, commercio internazionale, politiche governative. Il punto centrale è un altro: cresce la probabilità di shock sull’offerta, e con essa la volatilità dei prezzi. La Banca Mondiale aveva aperto il 2026 prevedendo un lieve calo dei prezzi agricoli. Pochi mesi dopo il quadro era già cambiato: El Niño, costi energetici e dei fertilizzanti in salita, tensioni geopolitiche e possibili restrizioni commerciali hanno spinto verso l’alto il rischio sui prezzi alimentari. Anche gli studi del Fondo Monetario Internazionale confermano che episodi rilevanti di El Niño tendono a produrre aumenti dei prezzi delle materie prime non energetiche, con pressioni inflazionistiche più marcate nei paesi dove il cibo pesa di più sui consumi delle famiglie.Ed è qui che il fenomeno climatico diventa un tema anche per le banche centrali. Un rincaro di cereali, oli vegetali e zucchero può trasferirsi rapidamente sui prezzi al consumo; se nello stesso momento salgono energia e fertilizzanti, il quadro si complica ulteriormente, perché gli agricoltori affrontano costi più alti proprio mentre le rese rischiano di calare. Si apre così un circuito che potrebbe rendere più difficile il percorso di riduzione dei tassi.Negli ultimi anni l’attenzione dei mercati si è concentrata soprattutto su tecnologia, intelligenza artificiale ed energia. L’instabilità climatica riporta però l’agricoltura al centro delle analisi economiche, non come garanzia di guadagno, perché le stesse imprese agricole restano esposte a siccità, costi energetici e problemi logistici, ma come settore che difficilmente potrà continuare a essere trattato come marginale nelle valutazioni di lungo periodo.La FAO continua a ritenere relativamente solide le disponibilità globali di cereali, pur ricordando che il quadro resta fortemente dipendente dagli sviluppi climatici.Il Super El Niño non implica automaticamente una nuova crisi alimentare globale. Ma conferma, ancora una volta, quanto il clima sia ormai una variabile che i mercati non possono più permettersi di ignorare. 

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