Il caro energia riapre il confronto tra Governo, imprese e Bruxelles. Confindustria chiede interventi urgenti, Meloni sollecita l'Unione, Eni propone di sospendere il sistema ETS. Ma dietro le bollette c'è una domanda più scomoda: quanto potrà ancora permettersi l'Europa di produrre in casa?Un'acciaieria italiana paga l'elettricità circa un terzo in più di una concorrente tedesca. Lo dicono i dati richiamati da Confindustria: nei primi nove mesi dell'anno il prezzo dell'energia in Italia è stato superiore di circa il 35% rispetto alla Germania. Per chi produce acciaio, carta, vetro, ceramica o prodotti chimici, quel divario può decidere se un ordine arriva o va a un altro fornitore. E può valere per anni.È da qui che bisogna partire per leggere le dichiarazioni del presidente di Confindustria Emanuele Orsini, le richieste dei grandi gruppi energetici e l'intervento di Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo. Le bollette di questo autunno sono il sintomo. La malattia è che produrre in Europa costa troppo, e rischia di costare troppo ancora a lungo.L'Italia parte svantaggiata per una ragione nota: una quota rilevante della sua elettricità si produce ancora bruciando gas. Ogni tensione sulle rotte di approvvigionamento, ogni crisi geopolitica che fa salire il prezzo del metano, si scarica quasi subito sul costo del chilowattora e quindi sui bilanci delle imprese. Altri Paesi europei hanno un mix più diversificato e assorbono meglio gli shock.Sopra questo costo si somma quello delle emissioni. Il sistema europeo ETS obbliga le aziende di alcuni settori a comprare quote per ogni tonnellata di anidride carbonica emessa. L'idea è rendere conveniente inquinare meno. Funziona finché il prezzo complessivo dell'energia resta sostenibile e i concorrenti fuori dall'Europa giocano con regole simili. Oggi nessuna delle due condizioni è pienamente rispettata.Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha proposto di sospendere l'ETS per dare respiro all'industria, raccogliendo un consenso diffuso tra le imprese. La preoccupazione è legittima. La soluzione, a mio avviso, è sbagliata.Il prezzo finale dell'energia dipende da molti fattori: il costo del gas, gli oneri di sistema, lo stato delle reti, il funzionamento del mercato elettrico, la capacità produttiva disponibile. L'ETS è una voce importante, ma è una voce. Sospenderlo all'improvviso avrebbe poi un effetto collaterale pesante: punirebbe proprio le aziende che negli ultimi anni hanno investito nella decarbonizzazione contando su regole stabili. Cambiare le regole a metà partita è il modo più rapido per convincere chi investe a smettere di farlo. Meglio correggerlo, magari rafforzando le protezioni contro la concorrenza di chi produce fuori dall'Unione senza pagare il carbonio.Più pragmatica la linea del Governo. Meloni ha chiesto a Bruxelles risposte rapide e coordinate, più flessibilità e la possibilità di usare almeno una parte del maggior gettito IVA generato dai rincari per aiutare temporaneamente famiglie e imprese. È una misura sensata per tamponare l'emergenza, e infatti è pensata come temporanea. Il conto strutturale resta aperto.Quel conto si chiama investimenti. Reti elettriche da modernizzare, nuova capacità di generazione, sistemi di accumulo, fornitori diversi da quelli di oggi, processi industriali da elettrificare. Servono capitali enormi e anni di cantieri, e servono adesso, perché ogni ritardo allunga il periodo in cui le imprese europee pagano più dei concorrenti.Il dibattito sta tornando sul mix energetico: rinnovabili, gas come fonte di transizione, accumuli e, dove le condizioni politiche e tecniche lo consentono, nucleare. Ma diversificare le fonti non basta se poi si dipende dagli stessi pochi fornitori, dalle stesse infrastrutture, dalle stesse tecnologie importate. La lezione degli ultimi anni dovrebbe averlo chiarito.Per chi guarda ai mercati, la transizione energetica europea è uno dei più grandi programmi di investimento industriale dei prossimi decenni. Reti, infrastrutture, efficienza, generazione e accumulo possono offrire opportunità concrete. A una condizione: che le regole restino abbastanza stabili da rendere prevedibili i rendimenti. Senza certezze normative, i capitali vanno altrove, e il programma resta sulla carta.Poi c'è la geopolitica. Gli Stati Uniti hanno energia in abbondanza sotto i propri piedi. La Cina ha costruito una politica industriale che tiene insieme produzione, infrastrutture e controllo di intere filiere strategiche. L'Europa ha ventisette mercati energetici che dialogano a fatica e politiche industriali nazionali che spesso si muovono in ordine sparso.Qui sta la contraddizione di fondo. L'Unione ha scritto una delle politiche climatiche più ambiziose del pianeta senza costruirle accanto una strategia energetica e industriale di pari ambizione. Il risultato rischia di essere paradossale: emissioni europee in calo perché le fabbriche chiudono qui e riaprono in Paesi con regole ambientali più blande. Sui dati di Bruxelles sembrerebbe un successo. Per il clima del pianeta cambierebbe poco o nulla, e l'Europa si ritroverebbe più povera e più dipendente dall'estero proprio mentre parla di autonomia strategica.La transizione energetica resta necessaria. Ma per reggere politicamente deve portare con sé lavoro, investimenti e fabbriche, non solo obblighi e costi. Se gli europei la vivranno come la causa della chiusura dello stabilimento sotto casa, nessun obiettivo climatico sopravviverà alle prossime elezioni.
