Al vertice informale di Alden-Biesen è andata in scena, finalmente, una presa di coscienza collettiva. Non la solita passerella, ma l'amara constatazione che il tempo delle indecisioni è finito, spazzato via da un quadro economico sempre più cupo. Draghi ha suonato la sveglia sull'urgenza di agire, Letta ha ricordato a tutti che senza unione dei mercati dei capitali la parola "competitività" è vuota retorica, e von der Leyen ha buttato lì una promessa: road map sul mercato unico a marzo. La traduzione è spietata: o i 27 Paesi si fondono in un unico blocco strategico, o l'irrilevanza è dietro l'angolo.I numeri, del resto, sono impietosi. Cresciamo in modo strutturalmente più asfittico rispetto a Stati Uniti e Cina, azzoppati da un costo dell’energia fuori controllo – basta guardare la schizofrenia dei prezzi dell'elettricità tra i vari Stati membri. E mentre a Washington piovono sussidi industriali e Pechino blinda le filiere strategiche, a Bruxelles si discetta ancora di "coordinamento". Il risultato? Le nostre startup e le imprese innovative fanno prima a quotarsi a New York che a cercare ossigeno a Milano, Parigi o Francoforte.È in questo vuoto che si inserisce l'avvertimento di Draghi: senza investimenti colossali in energia, digitale, difesa e semiconduttori, non andiamo da nessuna parte. Ma con quali soldi? Qui la tecnica lascia il passo alla politica: debito comune o si torna al si salvi chi può nazionale?Sulla carta, i nostri 450 milioni di consumatori sono un'arma negoziale formidabile. Nella realtà, questo peso specifico si disperde in un mercato unico rimasto a metà, frammentato in mille rivoli nei servizi finanziari, nelle telecomunicazioni, nell'energia. Enrico Letta prova a rimettere insieme i cocci con la proposta di un “One Market Act”, puntando dritto a tre pilastri essenziali per non restare schiacciati: far fruttare il risparmio trasformandolo in investimenti, blindare e abbassare il costo dell'energia, e unire le forze sulle tlc per sopravvivere alla transizione digitale. Cose già sentite? Certo. Ma stavolta a dettare i tempi non è l'agenda di Bruxelles, è il mondo là fuori.L'Inflation Reduction Act americano, lo spettro dei dazi, la morsa cinese sulle terre rare: non parliamo più di semplici riforme per far crescere il Pil di qualche decimale. Si tratta di pura sovranità economica. In un'epoca dominata dalla politica di potenza, essere vulnerabili significa finire preda degli altri.E il nervo più scoperto resta proprio l'energia. Come si tiene insieme la sacrosanta transizione ecologica con bollette che stanno silenziosamente deindustrializzando il continente? L'intricato dibattito sull'Ets e sulla "preferenza europea" nasconde questo dilemma, che i leader non possono più fingere di ignorare.C'è poi il paradosso dei paradossi: siamo un continente seduto su una montagna di risparmio privato, ma non siamo in grado di iniettarlo nell'economia reale. La colpa è di una selva normativa e fiscale che castra i mercati finanziari, costringendo le imprese europee a dipendere dal credito bancario, mentre i rivali d'oltreoceano fanno il pieno di capitali di rischio. Il rimedio, ancora una volta, spaventa mezza Europa. Eurobond, strumenti comuni di finanziamento. Alcuni Paesi storcono il naso, altri ne fanno una questione vitale. La pandemia ha già dimostrato che rompere i tabù funziona, ma trasformare l'eccezione in regola richiede un coraggio politico che in molte capitali faticano a trovare.Al netto della retorica, il bivio è brutale. L’Europa vuole rassegnarsi a essere un comitato di Stati che paralizza ogni decisione col veto incrociato, o è pronta a fare il salto? Magari partendo da un nucleo ristretto, accettando inevitabili lacerazioni pur di muoversi.I mercati guardano e prendono appunti. Da un lato tifano per un sussulto di orgoglio europeo, pronto a difendere i propri campioni industriali; dall'altro, annusano il rischio della solita montagna che partorisce il topolino, pronti a punire immobilismo e incertezza. Perché in gioco non ci sono solo i grandi princìpi, ma la stabilità delle nostre imprese e il rendimento futuro dei nostri risparmi.Sappiamo di dover cambiare. Adesso servono gli strumenti e, soprattutto, la volontà politica per farlo. La storia economica non fa sconti alle aree geografiche che non raggiungono la massa critica. Se questo vertice resterà la scintilla di una rinascita o la cronaca dell'ennesima occasione sprecata, lo decideranno solo i fatti.
