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Rappresentazione visiva dell'articolo: Groenlandia: perché l'ossessione di Trump non è uno scherzo, ma un avvertimento

Groenlandia: perché l'ossessione di Trump non è uno scherzo, ma un avvertimento

Adriano Loponte

10 gennaio 2026

Smettiamola di liquidare le uscite di Trump sulla Groenlandia come le stravaganze di un immobiliarista prestato alla politica. Dietro la provocazione dell’acquisto, tecnicamente impossibile, politicamente scorretta, c’è una verità che Washington ha capito molto prima di Bruxelles: l’Artico non è più periferia del mondo. È il nuovo Mediterraneo.Quello che sta accadendo lassù è la perfetta tempesta geopolitica. Il ghiaccio si ritira e, paradossalmente, accende gli appetiti. Meno ghiaccio significa nuove rotte commerciali che tagliano i tempi tra Asia e Occidente, e significa accesso a risorse che fino a ieri erano blindate dal permafrost. In realtà meno ghiaccio significa anche temperaure più calde, rialzo degli oceani, scomparsa di piccole isole…Trump lo dice in modo brutale, ma la sostanza è ineccepibile: gli Stati Uniti non possono permettersi che un’isola grande quanto un continente, posizionata esattamente sulla rotta dei missili balistici intercontinentali, finisca nell'orbita di influenza cinese o russa. La base di Thule non è un avamposto, è l'assicurazione sulla vita della difesa americana.Poi c’è il capitolo soldi, quello che fa brillare gli occhi ai mercati. Si parla di un tesoro da 2.700 miliardi di dollari sepolto sotto la neve: terre rare, uranio, zinco, petrolio. Tutto ciò che serve alla transizione energetica è lì. Ma attenzione a non confondere la geologia con l'economia. Quella cifra è un potenziale teorico, non un bancomat. Estrarre in Artico richiede investimenti mostruosi (Capex), tecnologie che ancora fatichiamo a scalare e una stabilità logistica tutta da inventare. Oggi quei giacimenti sono "carta", non cassa. Per trasformarli in profitto servono prezzi delle materie prime ben più alti di quelli attuali e una volontà politica di ferro per superare i vincoli ambientali.E l’Europa? L’Europa, come spesso accade, guarda. Mentre Copenaghen resiste con orgoglio alle offerte d'acquisto e Washington alza la voce, l'Unione Europea si scopre ancora una volta un gigante economico con i piedi d'argilla geopolitici. Non abbiamo una vera strategia per l’Artico, ci limitiamo a difendere lo status quo. Ma in un mondo dove la geografia viene ridisegnata dal clima e dalla potenza militare, lo status quo è un lusso che non esiste più. Se la competizione si fa dura, Bruxelles rischia di essere solo l'arbitro di una partita giocata da altri.Per chi investe, la lezione è chiara. Non stiamo parlando di comprare ETF sulla Danimarca domani mattina. Stiamo parlando di un trend di lungo periodo che premierà settori precisi: la difesa (perché l'Artico va militarizzato), la logistica navale specializzata (perché quelle rotte vanno navigate) e il mining di frontiera.In sintesi: la Groenlandia è la cartina di tornasole del XXI secolo. Risorse, clima e cannoni. Chi pensa che sia solo folklore elettorale sta guardando il dito e non la Luna. O meglio, non sta guardando il ghiaccio che si scioglie sotto i piedi degli equilibri globali. 

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