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Rappresentazione visiva dell'articolo: Hormuz e Bab el-Mandeb: la tenaglia iraniana sul petrolio mondiale

Hormuz e Bab el-Mandeb: la tenaglia iraniana sul petrolio mondiale

Adriano Loponte

21 luglio 2026

Adriano

Ci sono momenti in cui i mercati smettono di guardare i bilanci e tornano a guardare le carte geografiche. Questo è uno di quei momenti. La richiesta di Teheran agli alleati Houthi, tenersi pronti a chiudere la rotta petrolifera del Mar Rosso, non è l'ennesimo episodio di una crisi mediorientale ormai cronica: è un salto di qualità che i mercati energetici, e con loro i portafogli degli investitori, farebbero bene a non sottovalutare.Per comprendere la portata della minaccia occorre partire da un dato strutturale. Con lo Stretto di Hormuz già di fatto bloccato, Teheran pretende che ogni nave transiti in un canale sotto il proprio controllo, pagando un pedaggio, entro i sessanta giorni di negoziazione fissati dal memorandum di Islamabad, l'Iran punta ora sulla seconda arteria vitale del commercio energetico mondiale: Bab el-Mandeb, il varco che collega l'Oceano Indiano al Mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. Da quel passaggio transita circa il 7% delle forniture energetiche globali. Ma il numero, da solo, sottostima il problema: l'Arabia Saudita ha deviato il 70% delle proprie esportazioni proprio attraverso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, per aggirare il blocco di Hormuz. Colpire Bab el-Mandeb significherebbe neutralizzare simultaneamente la rotta principale e la sua alternativa. Le due porte del petrolio mediorientale, chiuse insieme, per la prima volta.Il precedente del 2023 dimostra che non si tratta di retorica: quando gli Houthi presero di mira il traffico mercantile durante la guerra di Gaza, compagnie di navigazione e assicuratori sospesero i transiti, dirottando i carichi sulla lunga e costosa circumnavigazione dell'Africa. Secondo le fonti citate da Reuters, i preparativi militari, missili e droni schierati sugli altipiani yemeniti che dominano Hodeidah e il Golfo di Aden,sarebbero già completati. Manca solo il via libera di Teheran.Sul terreno, intanto, la dinamica si avvita. Cinque notti consecutive di attacchi americani contro obiettivi iraniani, la minaccia di Trump di ricorrere alle forze di terra per conquistare l'isola di Kharg ,sede del principale terminale petrolifero iraniano  e la promessa di colpire centrali elettriche e ponti dalla prossima settimana, salvo ripresa dei negoziati. La risposta iraniana, per bocca del portavoce delle forze armate Zolfaghari, evoca una ritorsione «non proporzionata, ma superiore». Lo Stretto di Hormuz viene definito esplicitamente «linea rossa inviolabile».A complicare la lettura si aggiunge una frattura politica inedita a Washington: il vicepresidente Vance accusa pubblicamente Israele di sabotare i negoziati attraverso una campagna «ben finanziata». Quando la coesione dell'asse Usa-Israele diventa essa stessa una variabile, il premio al rischio geopolitico incorporato nei prezzi non può che ampliarsi. E la pressione missilistica sulla Giordania, partner storico di Washington e cuscinetto strategico della regione, segnala che Teheran punta a disarticolare l'intera architettura di sicurezza mediorientale, non solo a negoziare da posizioni di forza.Le implicazioni economiche seguono tre direttrici. La prima è inflazionistica: l'interruzione simultanea delle due rotte non colpirebbe solo il greggio, ma il commercio mondiale di componenti industriali e prodotti finiti, riaccendendo pressioni sui prezzi proprio quando le banche centrali intravedevano la normalizzazione. La seconda è macroeconomica: costi assicurativi e noli in aumento, catene di fornitura allungate, fiducia delle imprese in calo, un mix che pesa soprattutto sull'Europa, importatrice netta di energia e già in rallentamento. La terza riguarda i mercati finanziari: la volatilità energetica tende a propagarsi ai listini azionari attraverso la compressione dei margini nei settori energivori e la rotazione verso asset difensivi.Per l'investitore consapevole, la lezione non è tattica ma metodologica. Gli shock geopolitici non si prevedono: si assorbono. E si assorbono con portafogli costruiti prima, non riposizionati durante, diversificazione reale tra aree e valute, esposizione calibrata al rischio energetico, orizzonte temporale coerente con i propri obiettivi. Chi vende sull'emotività di un titolo di giornale consegna rendimento a chi ha pianificato.La geografia, dopo trent'anni di globalizzazione che sembrava averla abolita, è tornata a essere un fattore di prezzo. Le due porte del petrolio ce lo ricordano: nei mercati, come negli stretti, ciò che conta non è quanto è largo il passaggio, ma chi ne controlla le sponde.

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