Un Canada «membro associato» dell'Unione europea sembra una battuta da vertice notturno. Ottawa è a migliaia di chilometri da Bruxelles, divide quasi novemila chilometri di frontiera con gli Stati Uniti e manda oltre confine la gran parte del suo export. Eppure il 16 settembre Ursula von der Leyen, davanti al Parlamento europeo e con Mark Carney in aula, ha proposto proprio questo: fare del Canada il primo «associate member» dell'Unione.Una formula simile nei Trattati non esiste. Cosa dovrebbe contenere e dove si fermerebbe non lo sa ancora nessuno, nemmeno a Bruxelles, dove ammettono che il confronto con gli Stati membri è appena cominciato. A me lo status giuridico interessa poco. Mi interessa capire perché il Canada bussi a questa porta.La risposta sta a Washington. Con il ritorno di Trump gli Stati Uniti hanno smesso di fare da garanti scontati dell'ordine occidentale e trattano alleanze, commercio e sicurezza come voci di un negoziato. Per Ottawa è uno choc, perché l'America non è solo un alleato: è il mercato da cui dipende. Carney ha quindi cominciato a cercare altri partner. Non pretende di sostituire gli Stati Uniti, sarebbe irrealistico. Vuole smettere di tenere tutte le uova nello stesso paniere.Trump non l'ha presa bene: ha parlato di possibile «atto ostile» e ha minacciato nuovi dazi. Carney ha risposto rivendicando il diritto del Canada di scegliere da solo le proprie partnership.A questo punto la storia diventa anche nostra. Von der Leyen ha battezzato il progetto «Alliance for the Future» e lo immagina molto più largo del commercio: industrie della difesa, intelligenza artificiale, calcolo quantistico, cybersicurezza, energia, batterie, minerali critici, Artico. L'idea di fondo è semplice: l'Europa ha quello che al Canada manca, e viceversa. Sullo sfondo c'è il tentativo di ritagliarsi uno spazio tra Stati Uniti e Cina.Meglio però non farsi illusioni. Nessuno dei due si sta davvero staccando da Washington: sono entrambi nella NATO, e con l'architettura di sicurezza nordamericana un Canada separato strategicamente dagli Stati Uniti è difficile da immaginare. Anche Reuters, analizzando la proposta, sottolinea quanto questi vincoli limitino qualsiasi spostamento radicale verso l'Europa. E c'è un'ironia tutta europea: parliamo di portare Ottawa quasi in casa, e intanto il CETA, applicato in via provvisoria dal 2017, non è ancora stato ratificato da tutti gli Stati membri. Eppure qualcosa ha prodotto: von der Leyen ricorda che lo scambio di beni è cresciuto del 75% in meno di dieci anni.La parte che mi convince di più è un'altra. Per trent'anni abbiamo vissuto come se la geopolitica contasse sempre meno: si produceva in Cina, la sicurezza la garantivano gli americani, l'energia si comprava dove costava meno e i capitali andavano dove rendevano di più. Oggi le catene produttive sono uno strumento di pressione, i semiconduttori una questione di sicurezza nazionale, le terre rare una carta da giocare al tavolo, e perfino i dazi sono tornati politica estera.In questo mondo la proposta di Carney ha una logica: mettere insieme paesi abbastanza grandi da pesare, ma troppo piccoli per cavarsela da soli contro Washington o Pechino. Canada, Europa, Regno Unito, Giappone, Australia, con coalizioni variabili su tecnologia, energia, difesa e materie prime. È un multilateralismo diverso da quello delle grandi istituzioni universali: ci si mette insieme perché si scopre di essere fragili nello stesso punto.Può funzionare? Non è detto. Le medie potenze hanno interessi diversi, e la storia del CETA dimostra quanto sia lento anche mettere d'accordo gli europei tra loro, figurarsi un blocco più largo. Basta poi qualche dazio piazzato bene per far litigare chi doveva fare squadra. Per chi investe, i due segnali da seguire sono la risposta americana sui dazi e la tenuta del dollaro canadese.Non so se il Canada diventerà mai membro associato. Ma quando il vicino più stretto degli americani attraversa l'Atlantico per cercare un po' di autonomia, il segnale pesa più dell'esito. E a noi europei tocca decidere se abbiamo davvero qualcosa da offrire.
