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Rappresentazione visiva dell'articolo: Il deficit al 3,1% e una manovra che si fa più stretta

Il deficit al 3,1% e una manovra che si fa più stretta

Adriano Loponte

25 settembre 2026

Adriano

Un decimo di punto è quello che separa l'Italia dall'uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo. L'Istat ha certificato per il 2025 un rapporto deficit/Pil del 3,1%, mentre il governo contava di chiudere al 3%: sulla carta è poca cosa, ma nei fatti sposta il calendario con Bruxelles e toglie margini proprio quando difesa ed energia chiedono risorse. Una premessa è doverosa: i conti non sono peggiorati. Nel 2022 il disavanzo era all'8,1% e in tre anni è stato più che dimezzato. Le regole europee però ragionano per soglie, e il 3% resta la linea che conta, per la Commissione come per i mercati. Al ministero si sperava che la revisione del Pil facesse il lavoro, perché con un denominatore più alto il rapporto sarebbe sceso sotto la soglia. La crescita nominale è stata effettivamente rivista al rialzo, ma nello stesso momento sono emersi circa 2,4 miliardi di spese in più, in gran parte per investimenti, e il saldo non si è mosso. Giorgetti ha commentato il dato parlando di «rammarico», che tradotto significa che l'uscita dalla procedura nel 2027, su cui il governo aveva puntato, oggi appare difficile. Si può trovare ingiusto restare sotto sorveglianza per un decimale dopo anni di aggiustamento, e capisco l'argomento, ma non lo condivido fino in fondo: a Bruxelles interessa meno il decimale del 2025 che la credibilità del percorso nei prossimi anni, ed è su questo che l'Italia deve convincere. Il governo ha messo in conto circa 36 miliardi di spese aggiuntive nel biennio tra sicurezza, difesa ed energia, confidando nelle clausole di flessibilità del nuovo patto europeo, e la domanda è quanta parte di questa cifra potrà davvero restare fuori dal calcolo. Sulla difesa le regole sono abbastanza chiare, sull'energia no: toccherà alla Commissione decidere, voce per voce, quali investimenti rientrano nelle deroghe e quali finiscono nel deficit ordinario. Se Bruxelles riconoscesse tutto lo spazio previsto, nel 2027-28 ci sarebbero fino a 14 miliardi di disavanzo aggiuntivo senza sforare il 3%, ma se ne riconoscerà solo una parte i conti andranno rifatti. Intanto c'è la legge di bilancio da scrivere, con interventi stimati tra i 25 e i 30 miliardi. Senza il rientro sotto il 3%, fare nuovo deficit diventa più complicato e tutto torna alle coperture: crescita nominale e drenaggio fiscale porteranno qualche entrata in più, ma non basteranno. La maggioranza si è già divisa, con Salvini che chiede di fare più deficit, Forza Italia che si oppone a nuovi contributi a carico delle banche e l'Abi che ricorda di aver già dato la sua parte, mentre Giorgetti sta nel mezzo con il compito di tenere fede al percorso concordato con l'Europa. Ridurre tutto a uno scontro tra chi vuole spendere e chi vuole obbedire a Bruxelles è però fuorviante, perché il deficit di oggi è spazio fiscale sottratto a domani e ha senso solo se nel frattempo fa crescere l'economia abbastanza da ripagarsi. Si discute tanto del decimale e poco dello stock. L'Italia ha un debito pubblico molto elevato, e con tassi più alti rispetto al decennio scorso la spesa per interessi assorbe risorse che potrebbero andare altrove: è questo il vincolo che condiziona ogni scelta, molto più del 3,1%. Per questo credo che la domanda giusta non sia quanto deficit fare, ma per cosa. Un punto di disavanzo usato per spesa corrente permanente, come bonus e trasferimenti difficili da ritirare, lascia solo più debito, mentre lo stesso punto investito in infrastrutture, sicurezza energetica e capacità industriale può alzare la crescita potenziale. È con questo criterio che andrà giudicata la prossima manovra. Il punto di partenza non è cattivo, perché il deficit è molto più basso rispetto agli anni della pandemia e i conti sono sotto controllo, ma il margine è stretto e sprecarlo sarebbe un errore difficile da recuperare. Scendere dal 3,1% al 3% è un obiettivo contabile. Quello politico dovrebbe essere un altro: far crescere il Pil in modo stabile, così che il debito pesi un po' meno ogni anno.

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