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Rappresentazione visiva dell'articolo: Il paradosso dello zolfo: perché lo Stretto di Hormuz scotta (e non è solo per il petrolio)

Il paradosso dello zolfo: perché lo Stretto di Hormuz scotta (e non è solo per il petrolio)

Adriano Loponte

18 marzo 2026

Adriano

C’è un paradosso che si trascina dietro ogni crisi geopolitica moderna: guardiamo tutti verso l’alto, ai prezzi del greggio che schizzano, e finiamo per ignorare quello che succede sotto i nostri piedi. Oggi, mentre il mondo intero osserva col fiato sospeso lo Stretto di Hormuz temendo il blocco delle petroliere, il vero nervo scoperto non è (solo) l’energia. È qualcosa di molto meno fotogenico, quasi invisibile, ma capace di mandare in tilt l’intera transizione ecologica: la filiera dello zolfo e dell’acido solforico. Sì, avete letto bene. Parliamo di chimica di base, quella roba che di solito resta confinata nei manuali tecnici e che invece oggi decide se avremo abbastanza batterie per le nostre auto elettriche o metalli per le reti intelligenti.Andiamo ai numeri, quelli che contano davvero. Circa il 45% dello zolfo mondiale arriva dalla regione del Golfo. Non è una materia prima che conquista le prime pagine, eppure senza di essa la nostra economia "green" semplicemente si ferma. Lo zolfo è l'ingrediente fondamentale per produrre acido solforico, che a sua volta è il "solvente" universale utilizzato per estrarre rame, nichel e cobalto. Non solo: serve per i fertilizzanti che sfamano il pianeta e per gli idrossidi di litio delle batterie. Il punto è che dobbiamo smetterla di pensare al Golfo Persico solo come a un enorme distributore di benzina. È un nodo chimico-industriale senza il quale la manifattura globale resterebbe a secco di componenti vitali.Oltre lo shock del barile.Qui sta la vera differenza rispetto alle crisi energetiche degli anni '70 o '90. Non siamo più in un’epoca in cui il rischio principale è "solo" l’aumento del costo del pieno alla pompa. Oggi il problema è la propagazione dello shock lungo catene produttive che sono diventate lunghissime, fragili e terribilmente interdipendenti. Provate a seguire il domino: se il flusso di zolfo rallenta, la produzione di acido solforico crolla. Se manca l’acido, l’estrazione dei metalli critici si inceppa. Se i metalli non arrivano nelle fabbriche, la produzione di batterie e infrastrutture elettriche o si ferma o diventa talmente costosa da risultare insostenibile. Lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del petrolio mondiale, diventa quindi un collo di bottiglia industriale. L’impatto non è una fiammata immediata, ma un veleno lento che risale la filiera, rendendo la crisi molto più difficile da gestire perché i rincari arrivano con mesi di ritardo, quando ormai il danno è fatto.Per chi fa impresa, questo scenario cambia radicalmente le regole del gioco. Non sono più a rischio solo i settori che consumano molta energia (i cosiddetti energy-intensive), ma tutta la manifattura avanzata. Chi produce componentistica elettronica o materiali per la transizione energetica si trova oggi tra l’incudine e il martello: costi che salgono e materie prime che non arrivano. In questo contesto, la logistica e la gestione della supply chain non sono più scartoffie per l'ufficio acquisti, ma diventano la vera leva strategica per la sopravvivenza.E gli investitori? Devono cambiare lenti. Il rischio oggi non è una banale fiammata inflattiva che va e viene. Parliamo di una pressione strutturale su commodity come rame e nichel che sono già sotto stress per la domanda "green". Anche i settori tradizionalmente considerati "sicuri" o difensivi potrebbero rivelarsi fragili se dipendono da questi input critici. La linea di confine tra "bene rifugio" e "asset rischioso" si sta facendo sempre più sfocata.Per l’Italia e per l’Europa intera, questa è una doccia fredda sulla realtà. Abbiamo costruito una strategia industriale coraggiosa, tutta puntata sulla decarbonizzazione, ma siamo rimasti a piedi nudi per quanto riguarda le materie prime e gli intermedi chimici. È una contraddizione che morde: vogliamo accelerare sulla sostenibilità, ma per farlo dipendiamo totalmente da aree geografiche instabili. È un corto circuito che non si risolve in un paio di mesi con un decreto. Ma c'è un elemento ancora più beffardo, quasi controintuitivo. Una crisi nel Golfo, pur essendo scatenata dai combustibili fossili, rischia di essere il peggior nemico proprio delle rinnovabili. Perché pannelli e batterie dipendono da quei processi chimici globalizzati che abbiamo descritto. In pratica, la transizione energetica non è ancora libera dal mondo che vorrebbe superare: ne è profondamente, e forse tragicamente, intrecciata. In definitiva, le crisi di oggi non colpiscono più solo il portafoglio, ma la struttura stessa del nostro modo di produrre. Non sono tempeste che passano rapidamente; tendono a depositarsi, a diventare la nostra "nuova normalità". La vera domanda che dovremmo farci non è se il petrolio resterà a 100 dollari al barile anche  la prossima settimana. La vera questione è se il nostro sistema economico sia pronto ad adattarsi a un mondo in cui lo zolfo o l’acido solforico,  questi dettagli "invisibili", possono diventare il granello di sabbia capace di bloccare l'intero ingranaggio globale. È in questi angoli bui della catena del valore che si decide, oggi, la nostra stabilità di domani. 

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