C’è un paradosso tutto italiano che pesa come un macigno sui bilanci delle nostre imprese e sulla competitività del sistema Paese: da quasi quarant’anni abbiamo spento i nostri reattori per paura, ma non abbiamo mai smesso di consumare l’energia nucleare dei vicini francesi, acquistandola oltreconfine a caro prezzo. Oggi, quel paradosso sembra essere finalmente arrivato al capolinea, spinto non da una scelta ideologica ma da un bagno di realtà imposto dai mercati e dalla geopolitica, come dimostra il primo via libera della Camera al disegno di legge delega sul "nucleare sostenibile". L'Italia si risveglia dal lungo sonno antinucleare scoprendo che il mondo là fuori è cambiato radicalmente. La transizione ecologica, che nei piani europei doveva essere una transizione morbida verso le sole rinnovabili, si è scontrata con la dura realtà dei fatti: lo shock del gas russo dopo l’invasione dell'Ucraina e l'esplosione dei consumi elettrici legati alla digitalizzazione, al boom dei data center e alle infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale. Parliamo di idrovore energetiche che richiedono un flusso di corrente costante, h24, senza sbalzi o fluttuazioni meteorologiche. È evidente che sole e vento, da soli, non possono bastare: l'intermittenza delle fonti rinnovabili ha un disperato bisogno di un "carico di base" stabile e sicuro, e se non vogliamo continuare a bruciare gas, l'unica alternativa pulita e programmabile è l'atomo. Diciamo subito che la strategia del governo non punta sulle cattedrali nel deserto degli anni '70 o sulle grandi e costosissime centrali di terza generazione, i cui tempi di costruzione elefantiaci farebbero saltare i nervi a qualsiasi investitore. La fiche italiana si punta sui cosiddetti SMR, gli *Small Modular Reactors*, reattori compatti e standardizzati che riducono drasticamente l'esborso finanziario iniziale, che è da sempre il vero spauracchio dei capitali privati in questo settore. Un impianto più piccolo significa un rientro dall'investimento più rapido e un rischio di cantiere gestibile, ma il vero valore aggiunto per il nostro sistema è la filiera industriale. Aziende di Stato come Ansaldo Nucleare ed Enel, insieme a realtà innovative come Newcleo e a una galassia di piccole e medie imprese della componentistica avanzata, non partono affatto da zero: nonostante il bando del 1987, il nostro Paese ha continuato a esportare tecnologia nucleare di altissimo livello in tutto il mondo. Riaprire la partita interna significa dare a queste eccellenze un mercato domestico, trasformando la spesa energetica in un volano di crescita manifatturiera. Naturalmente, la strada finanziaria e politica è tutta in salita e lo sa bene il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che ha già messo in conto lo scoglio dell'opinione pubblica e lo spettro di un terzo referendum, dato che le paure emotive post-Chernobyl sono dure a morire e il dibattito sulla localizzazione dei siti e sul deposito delle scorie rischia di impantanarsi nella palude della sindrome Nimby. Il governo sta provando a disinnescare la bomba sociale promettendo robusti meccanismi di compensazione economica per i territori ospitanti, ma la vera sfida sarà di natura regolatoria e di finanza pubblica: chi metterà i capitali in un Paese già gravato da un debito pubblico monstre? Sarà necessario strutturare consorzi privati attratti da tariffe d'acquisto dell'energia garantite a lungo termine tramite i contratti per differenza. Nel frattempo l'Europa si muove velocemente, la tassonomia verde dell'UE ha sdoganato l'atomo come energia di transizione e Paesi come Francia, Regno Unito e Polonia stanno investendo miliardi. Il rischio per l'Italia è il solito, ovvero arrivare fuori tempo massimo visto che i primi reattori commerciali sul nostro territorio non vedranno la luce prima del prossimo decennio. Tuttavia, le decisioni strutturali sulla politica energetica e sulla sopravvivenza della nostra manifattura si misurano su orizzonti generazionali, non sul ciclo vitale di una legislatura: guardare oggi il costo delle bollette industriali delle nostre aziende rispetto a quelle francesi o tedesche è l'unico modo per capire che il ritorno all'atomo non è un lusso, ma una necessità di sopravvivenza economica.
