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Rappresentazione visiva dell'articolo: Il terremoto di Teheran: morto Khamenei, ma  
per il mondo il peggio deve ancora arrivare

Il terremoto di Teheran: morto Khamenei, ma per il mondo il peggio deve ancora arrivare

Adriano Loponte

04 marzo 2026

La notizia, a lungo rincorsa tra smentite, voci di corridoio e silenzi strategici, ora ha i crismi dell'ufficialità: la Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, è morta. In un Medio Oriente che da mesi vive stabilmente oltre il punto di ebollizione, la fine di un'era durata oltre tre decenni non è soltanto l'ennesimo colpo di scena della spietata guerra ombra con Israele. È il terremoto geopolitico che le cancellerie di mezzo mondo aspettavano col fiato sospeso, consapevoli che le scosse di assestamento non si fermeranno ai posti di blocco dei confini iraniani.Eppure, l'errore di prospettiva più comune che rischiamo di commettere guardando a Teheran in queste ore frenetiche è pensare all'Iran come a una banale dittatura personalistica, dove, caduto il leader, l'intero castello di carte collassa su se stesso.La Repubblica Islamica è sempre stata un ecosistema politico molto più intricato. I Guardiani della Rivoluzione (i famigerati Pasdaran), il clero sciita e i vasti apparati di sicurezza formano una rete di potere profonda, capillare e inossidabile. Ora che il vuoto al vertice è reale, la reazione istintiva di questa struttura complessa non sarà lo sfaldamento, ma la radicalizzazione. Assisteremo a una vera e propria serrata dei ranghi, un irrigidimento muscolare necessario per dimostrare ai nemici esterni — e ai dissidenti interni — che lo Stato tiene. Non è un caso che i nomi in corsa per gestire la transizione e la successione, da Larijani a Ghalibaf, appartengano tutti allo stesso, rigidissimo perimetro ideologico dei conservatori. Anzi, il peso specifico dei militari potrebbe ora superare definitivamente quello dei religiosi.Il problema, dunque, non è solo chi riuscirà a sedersi sulla poltrona più importante, ma come questa immensa macchina statale gestirà il senso di vulnerabilità legato alla transizione. È qui che lo sguardo si sposta inevitabilmente verso sud, sulle acque dello Stretto di Hormuz. Non parliamo di un semplice lembo di mare, ma della vera giugulare dell'economia globale. Se Teheran, nel mezzo di questo rimpasto di potere, dovesse sentirsi accerchiata, la tentazione di usare lo Stretto come arma di ricatto diventerebbe fortissima: mine, sequestri di petroliere o anche solo la minaccia credibile di bloccare le rotte marittime.I mercati finanziari, che di mestiere prezzano il rischio, si stanno già muovendo in questa direzione. Non serve che una nave venga effettivamente colpita: basta l'incertezza sulla nuova leadership per far schizzare in alto il prezzo del greggio. In un'Europa che sta ancora faticosamente curando le ferite della crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina, un nuovo shock prolungato sui prezzi di gas e petrolio sarebbe un colpo durissimo, capace di riaccendere l'inflazione proprio ora che le banche centrali speravano di poter allentare la morsa sui tassi di interesse.In questo scacchiere in fiamme, Washington si ritrova a camminare su un filo ancora più sottile. L'amministrazione americana mantiene l'obiettivo inamovibile di impedire un Iran nucleare, ma la morte di Khamenei apre praterie all'imprevedibilità. Il timore reale a Washington non è per forza lo scontro diretto, ma una pericolosa recrudescenza della guerra per procura attraverso le milizie alleate sparse tra Libano, Siria, Iraq e Yemen. Un conflitto logorante che spingerebbe inevitabilmente i governi occidentali a premere sull'acceleratore del riarmo, rafforzando al contempo il dollaro come scialuppa di salvataggio per i capitali in cerca di un porto sicuro.C'è, infine, l'incognita più grande, quella che sfugge ai grafici di borsa: i cittadini iraniani. Negli ultimi anni, dall'Onda Verde fino al coraggioso movimento "Donna, vita, libertà", una fetta enorme della società civile ha dimostrato a costo della vita di non tollerare più le maglie soffocanti del regime. La fine di Khamenei potrebbe sembrare, agli occhi occidentali, l'attimo fuggente per una nuova, decisiva spallata democratica. Ma la storia insegna che non c'è colla migliore della minaccia esterna per unire un Paese. Questo momento storico potrebbe, paradossalmente, regalare ai falchi di Teheran l'alibi perfetto per militarizzare ulteriormente la nazione, schiacciando ogni residua protesta nel nome della sicurezza nazionale.L'Iran ha voltato pagina, ma il nuovo capitolo si preannuncia, se possibile, ancora più insidioso. L'energia torna a essere un'arma, la diplomazia arranca e la vera sfida è accettare che l'incertezza non è più una burrasca passeggera. È la nuova, durissima normalità con cui il mondo dovrà imparare a fare i conti. 

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