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Rappresentazione visiva dell'articolo: Il Tesoro sfida il mercato: la battaglia americana per fermare la corsa dei rendimenti

Il Tesoro sfida il mercato: la battaglia americana per fermare la corsa dei rendimenti

Adriano Loponte

26 agosto 2026

Adriano

Se c’è una lezione che i mercati stanno cercando di impartire a Washington negli ultimi mesi, è che il costo del debito americano ha smesso di essere un semplice dettaglio tecnico per i desk obbligazionari. È diventato un nodo politico centrale. Con il decennale inchiodato attorno al 4,7% e la scadenza a trent’anni che continua a sfondare la soglia del 5%, la pressione si scarica sull’intero sistema. Mutui, finanziamenti aziendali, valutazioni dell’equity: tutto ruota attorno a queste metriche. Ed è proprio su questo terreno che si misura la strategia di Scott Bessent alla guida del Tesoro. L’idea sul tavolo, utilizzare una quota dei circa 935 miliardi depositati nel Treasury General Account presso la Fed per finanziare buyback di titoli a lunga scadenza, ha una sua logica immediata. Comprando bond sul mercato aperto, il Tesoro sostiene i prezzi e prova a raffreddare i tassi. Ma i primi esperimenti, pur arrivando a interventi da 4 miliardi per singola operazione, hanno mostrato gambe corte: dopo la fiammata iniziale di acquisti, i rendimenti sono tornati esattamente dov’erano. Il motivo è strutturale. Un intervento sulla liquidità può tamponare uno sbilanciamento momentaneo di offerta, ma non cancella i numeri della finanza pubblica. Con un debito federale oltre i 40.000 miliardi e aste che continuano a inondare il mercato per coprire il deficit, la richiesta di un premio al rischio più alto è la risposta naturale degli investitori. Tra un’economia che tiene, un’inflazione non del tutto domata e la fame di capitali per infrastrutture, IA e data center, la concorrenza per le risorse resta altissima. Manipolare quel premio verso il basso solleva dubbi di fondo. Citadel Securities ha parlato senza troppi mezzucci di una potenziale «repressione finanziaria», ovvero il tentativo delle autorità di schiacciare i tassi sotto i livelli coerenti con il rischio reale. Ma il corto circuito più pericoloso è quello che coinvolge la Federal Reserve. Se il Tesoro muove la liquidità del TGA per allentare le condizioni finanziarie proprio mentre la banca centrale tenta di mantenerle restrittive per domare i prezzi, il confine tra politica fiscale e monetaria si fa sfumato. Non a caso, alla vigilia di appuntamenti centrali come Jackson Hole, la domanda vera tra gli operatori riguarda quanto la Fed riuscirà a mantenere la propria rotta di fronte alle esigenze di cassa dell’amministrazione. Per chi gestisce portafogli, la favola del «tasso al 5% uguale affare sicuro» si scontra con una duration rischiosa. Se il mercato dovesse pretendere ancora più rendimento per digerire le emissioni, le posizioni sulle scadenze lunghe continuerebbero a soffrire, condizionando peraltro anche la propensione al rischio sull’azionario.  Dopo quindici anni passati a credere che le banche centrali potessero governare i tassi a piacimento, la realtà presenta il conto: la più grande economia del mondo si trova a fare i conti con la fiducia dei mercati. E quella non si compra con un riacquisto di titoli. 

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