C’è una frase, nell’intervista di Giulio Tremonti al Salone del Risparmio, che più di altre aiuta a leggere il tempo che stiamo attraversando: «È finita l’ideologia della globalizzazione». Non è finita la globalizzazione in senso materiale. Le merci continuano a viaggiare, i container solcano gli oceani, i dati attraversano la rete, i capitali cercano rendimento ovunque. Ma è finita l’idea, quasi religiosa, che il mercato globale fosse sufficiente a produrre ordine, progresso e stabilità. È questo il punto centrale. Per trent’anni abbiamo creduto che l’economia potesse sostituire la politica, che il commercio potesse disinnescare i conflitti, che l’interdipendenza rendesse impossibile il ritorno della potenza. La realtà ha smentito questa illusione. Guerre, dazi, frammentazione delle catene produttive, competizione tecnologica e riarmo ci dicono che la storia non era finita: era semplicemente rimasta sotto traccia.Tremonti ricostruisce bene l’origine dell’equivoco. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, l’Occidente ha immaginato un mondo regolato da una nuova triade: globalizzazione, mercato, moneta. Gli Stati, i popoli, le identità e la geopolitica sarebbero diventati elementi secondari. Ma il passaggio è stato troppo rapido. L’ingresso della Cina nell’economia globale, la delocalizzazione industriale, la finanziarizzazione della ricchezza e la crisi del 2008 hanno prodotto una frattura profonda: ricchezza verso l’alto, fragilità verso il basso. Qui sta anche una chiave per comprendere il ritorno dei dazi americani. Pensare che siano solo una bizzarria di Trump sarebbe riduttivo. I dazi sono una risposta rozza, spesso inefficace, ma politicamente potente, a una ferita reale: la perdita di manifattura, reddito e identità in una parte dell’America profonda. Il problema è che non si ricostruisce una fabbrica con un decreto, né si rigenera una classe media industriale con una tariffa doganale. La politica può promettere compensazione, ma l’economia richiede tempo, capitale umano, infrastrutture e tecnologia.Il secondo grande tema è la Cina. Tremonti invita a evitare letture semplicistiche. La Cina non è più soltanto un gigante economico: è diventata un soggetto politico globale. Ha visione, disciplina, memoria storica e una capacità di pianificazione che l’Occidente spesso sottovaluta. Ma ha anche limiti strutturali: demografia, controllo sociale, assenza di libertà scientifica piena. La sua forza è enorme, ma non illimitata. Interessante, in questo senso, la distinzione tra tecnica e scienza. La tecnica può prosperare anche in sistemi disciplinati; la scienza, invece, ha bisogno di libertà, deviazione, pensiero non conforme. È una riflessione decisiva anche per l’Europa. Se l’Occidente vuole restare competitivo non può inseguire la Cina sul terreno del controllo, ma deve riscoprire il proprio vantaggio originario: libertà, creatività, diritto semplice, capacità di attrarre talenti.Ed è qui che l’intervista diventa particolarmente rilevante per noi europei. Tremonti sostiene che la vera questione dell’Europa non sia soltanto la competitività, parola spesso fredda e tecnocratica, ma la libertà. Libertà di intraprendere, innovare, assumere, investire, sperimentare. L’Europa ha costruito un apparato regolatorio imponente, spesso animato da buone intenzioni, ma talvolta paralizzante. Il paradosso è evidente: vogliamo startup, industria, difesa comune, autonomia strategica e intelligenza artificiale, ma continuiamo a produrre regole con una velocità superiore alla capacità delle imprese di adattarsi. Questo non significa invocare deregulation selvaggia. Sarebbe un errore opposto. Significa però riconoscere che senza semplicità normativa non esiste vera sovranità economica. Un continente che regola più di quanto produca rischia di diventare spettatore raffinato del proprio declino. Per risparmiatori e investitori il messaggio è chiaro: siamo entrati in una fase in cui la geopolitica non è più sfondo, ma variabile centrale. Mercati, valute, materie prime, debito pubblico, difesa, energia e tecnologia vanno letti insieme. La diversificazione non è più solo finanziaria: è geografica, valutaria, settoriale e politica.La bussola forse è impazzita perché per anni abbiamo usato mappe vecchie. Tremonti ci ricorda che l’ordine può tornare, ma non sarà quello di prima. E per orientarsi nel nuovo mondo serviranno meno slogan, meno ingenuità e più capacità di leggere la realtà per quello che è: complessa, instabile, ma ancora governabile.
