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Rappresentazione visiva dell'articolo: La febbre dei Treasury e la corsa all'oro: Washington anestetizza i mercati

La febbre dei Treasury e la corsa all'oro: Washington anestetizza i mercati

Adriano Loponte

25 agosto 2026

Adriano

Il messaggio che arriva da Washington è una conferma: quando il mercato dei Treasury inizia a scricchiolare, gli Stati Uniti devono muoversi. E alla svelta. Il raddoppio del programma di riacquisto dei titoli di Stato deciso dal Tesoro ha raffreddato nell’immediato i rendimenti a lunga scadenza, riportando un po' di calma sul listino più importante della finanza mondiale. Ma non fraintendiamo la mossa: è un tampone, non una cura.D’altronde, i numeri fanno paura. Il debito pubblico americano ha sfondato il muro dei 40 mila miliardi di dollari, spinto da deficit cronici, uscite militari in aumento, entrate sotto le attese e una spesa che la politica non riesce (o non vuole) tagliare. Con gli interessi da pagare che continuano a salire, la palla di neve si sta ingrandendo troppo in fretta.Come al solito, i primi a innervosirsi sono stati i bondholder. Il Treasury trentennale era arrivato a rendere il 5,3% e il decennale sfiorava il 4,7%: livelli che non si vedevano da un pezzo. Quando salgono così i rendimenti americani, sale il costo del credito in ogni angolo del pianeta.Ecco perché Scott Bessent, a capo del Tesoro, è intervenuto pesantemente sui buyback dei titoli a lunga scadenza. Voleva evitare uscite disordinate dal mercato e immettere liquidità dove scarseggiava. L'effetto "anestetico" ha funzionato: i rendimenti sono scesi, Wall Street ha tirato un sospiro di sollievo, il dollaro ha perso quota e gli asset rifugio sono schizzati alle stelle, con l'oro arrivato sopra ai 4600 dollari.Ma è proprio la corsa all'oro (e a Bitcoin) a rivelare cosa pensano davvero gli investitori. Chi compra metallo giallo a questi prezzi non sta solo speculando: si sta proteggendo dal rischio che il dollaro si svaluti, che l’inflazione resti appiccicosa e che la traiettoria del debito USA diventi insostenibile.Il nodo di fondo resta intatto. Comprare i propri titoli abbassa la febbre, ma non guarisce il paziente. Non riduce il deficit né cancella la valanga di nuove emissioni previste per i prossimi mesi. E solleva una domanda scomoda: fino a che punto la politica fiscale può fare il lavoro che spetterebbe alla banca centrale senza minarne l'autonomia?Questo incrociatore di manovre complica la vita anche alla Federal Reserve. Se l'inflazione scende, i governatori avrebbero spazio per tagliare i tassi. Tuttavia, la Fed si trova sul filo del rasoio: tagliare troppo presto rischia di far ripartire i prezzi, aspettare troppo rischia di soffocare l'economia reale sotto il peso di tassi d'interesse troppo alti. L'intervento del Tesoro regala tempo prezioso anche a Jerome Powell, ma il tempo non equivale alla credibilità.Per l'Europa e per l'Italia in particolare, la situazione è ambivalente. La discesa dei tassi americani dà respiro al mercato globale dei bond, ma la tensione di fondo resta alta. Non è un caso che Piazza Affari abbia sofferto più di New York, appesantita da banche e tech, con lo spread Btp-Bund tornato sopra gli 80 punti. Se non altro, i Btp continuano ad attirare capitale estero: agli occhi dei mercati, il debito italiano offre ancora un buon compromesso tra rendimento e rischio.Cosa portano a casa i risparmiatori da questa vicenda? Il mercato obbligazionario è la vera bussola: le promesse della politica contano zero di fronte alla curva dei rendimenti e alla sostenibilità dei conti pubblici. La diversificazione non è un optional: tra geopolitica, debito fuori controllo e banche centrali incerte, affidarsi a una sola asset class è un azzardo. Una tregua non è una soluzione: gli USA hanno ancora la forza di pilotare il mercato nel breve, ma il privilegio di stampare la moneta di riserva mondiale non è un assegno in bianco. Se il debito corre più della fiducia, prima o poi il conto arriva per tutti. 

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