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Rappresentazione visiva dell'articolo: L’europa nalla trappola dei tassi:la risposta di Draghi è crescita e mercato unico

L’europa nalla trappola dei tassi:la risposta di Draghi è crescita e mercato unico

Adriano Loponte

08 ottobre 2026

Adriano

Quando Mario Draghi decide di prendere la parola, nei mercati e nelle cancellerie europee cala un silenzio quasi reverenziale. Ma il messaggio che l’ex presidente della Banca Centrale Europea ha lanciato a Zurigo, in occasione della Karl Brunner Distinguished Lecture, ha un sapore ben diverso dalle rassicuranti dichiarazioni di un tempo. La tesi di fondo è spietata nella sua linearità: le banche centrali possono guadagnare tempo, gestire le emergenze o contenere le fiammate dei prezzi, ma non hanno il potere di fare i miracoli. Senza una vera ripartenza della produttività, l’Eurozona rischia di rimanere incastrata in una morsa di tassi strutturalmente elevati, debito calante sul piano del rendimento e crescita anemica.Per anni l’Europa si è adagiata sull’illusione che il denaro a costo zero potesse mascherare le sue debolezze strutturali. Quel capitolo, però, sembra essersi chiuso definitivamente. Nel quadro tratteggiato dall'attuale BCE, l'inflazione, seppur in rientro graduale verso i target istituzionali nei prossimi anni, è spinta in larga parte da shock d'offerta esterni, a partire dai costi dell'energia. Al contempo, il PIL dell'Eurozona continua a muoversi a passo di puledro stanco, con proiezioni che faticano a superare la soglia dell'1,5%.Ma c’è di peggio. Oggi i rendimenti dei titoli di Stato europei tendono a muoversi in stretta correlazione con quelli americani. L’Europa si trova così a "importare" il costo più alto del capitale determinato dalla corsa dell'economia statunitense, senza però disporre dei medesimi ritmi di sviluppo. Subisce la stangata dei tassi, ma incassa solo le briciole della crescita globale.Un’anomalia finora attutita dal fatto che gran parte del debito pubblico continentale è stato emesso nell'era del quantitative easing. Il costo medio per i governi della zona euro si attesta ancora intorno al 2,25%, a fronte di un PIL nominale cresciuto a tassi leggermente superiori. Ma si tratta di un paracadute a termine: a mano a mano che i vecchi titoli scadranno e verranno rifinanziati ai rendimenti attuali, il conto diventerà inevitabilmente salato.Se il costo del rifinanziamento sale più in fretta della ricchezza prodotta, le opzioni sul tavolo si riducono a due. La prima è la solita ricetta delle stangate fiscali: tagli alla spesa pubblica e rialzi delle tasse. Una strada che rischia di innescare la classica spirale recessiva. La seconda è l’unica vera via d’uscita sostenibile: compiere un salto di qualità nella produttività.Ed è qui che l’analisi di Draghi punta il dito su una delle grandi sfide del nostro tempo: l’intelligenza artificiale. I numeri impietosi ricordano la gravità del ritardo continentale. Oggi l’Unione Europea controlla meno del 5% della capacità globale di calcolo destinata all’IA. Portare questa quota ad almeno il 15% entro il 2030, un livello coerente con il peso economico del blocco, richiederebbe investimenti stimati nell'ordine dei 1.300 miliardi di euro.La proposta dell'ex premier italiano passa per una leva finanziaria intelligente: impiegare circa 100 miliardi di fondi pubblici europei (pari a circa il 5% del bilancio UE) con una funzione di de-risking, al fine di mobilitare l'ingente massa di capitale privato oggi fermo alla finestra.Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che basti staccare un assegno a nove zeri per colmare la distanza da Washington o Pechino. La capacità di calcolo è solo la materia prima; la reale differenza la fanno i costi energetici competitivi, la presenza di infrastrutture adeguate, il mercato del capitale di rischio e, soprattutto, un tessuto imprenditoriale pronto ad integrare l'innovazione nei processi produttivi.Ed è a questo punto che emerge il vero convitato di pietra del dibattito: la frammentazione del mercato unico. Una startup o un'impresa europea che tenti di scalare il mercato si scontra ancora con 27 regolamentazioni diverse nei settori chiave, dalle telecomunicazioni all'energia, passando per i mercati dei capitali. Un concorrente americano o cinese gioca fin dal primo giorno su un campo continentale unificato.La lezione che arriva da Zurigo è chiara: la Banca Centrale Europea può modulare la velocità delle sue mosse monetarie, ma non può accendere il motore dello sviluppo. La competitività, l'integrazione e la crescita non sono più semplici capitoli da convegno economico, ma rappresentano l'unico argine rimasto a difesa della tenuta dei conti pubblici e dell'autonomia stessa dell'Europa. 

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