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Rappresentazione visiva dell'articolo: L’IA supera i limiti, le regole restano indietro: l’allarme di Bill Gates

L’IA supera i limiti, le regole restano indietro: l’allarme di Bill Gates

Adriano Loponte

28 agosto 2026

Adriano

Bill Gates aggiunge un tassello a un dibattito che negli ultimi mesi si è fatto più serio del previsto. Non parla più solo di produttività e nuovi mercati, ma di soglie di rischio già superate: cinque, in particolare, che a suo avviso non possono più essere lasciate all’autoregolamentazione delle aziende tecnologiche. Biotecnologie, cybersicurezza, dipendenza psicologica, sostituzione del lavoro, controllo dei sistemi. Il fondatore di Microsoft non chiede di fermare la corsa all’intelligenza artificiale, anzi, continua a considerarla una leva di progresso straordinaria, ma segnala uno squilibrio preciso: la tecnologia avanza più in fretta di quanto le istituzioni riescano a governarla.Il primo fronte è geopolitico. Gates vorrebbe incontrare entro fine anno il presidente cinese Xi Jinping per discutere un meccanismo internazionale di controllo sui modelli più avanzati, quelli in grado di progettare nuove molecole o di offrire, anche solo indirettamente, strumenti utili al bioterrorismo. Il modello di riferimento è quello già collaudato per il nucleare, l’aviazione civile, la protezione dell’ozono: architetture di sorveglianza sovranazionale nate proprio perché nessun singolo Stato può gestire da solo un rischio sistemico. Il problema è che, a differenza di quei dossier, Stati Uniti e Cina trattano oggi l’AI soprattutto come terreno di competizione strategica. E costruire regole condivise sui rischi estremi, in un contesto di rivalità tecnologica aperta, resta un’impresa politicamente scivolosa.Il secondo fronte riguarda il mercato del lavoro, ed è quello più immediato per chi legge. Le rivoluzioni tecnologiche precedenti, dall’automazione industriale a internet, distruggevano posti di lavoro ma ne creavano altri, in un riequilibrio spesso lento ma strutturale. Gates sostiene che questa volta il meccanismo potrebbe non ripetersi allo stesso modo: un’unica tecnologia è in grado di intervenire simultaneamente su funzioni molto diverse tra loro : assistenza clienti, contabilità, produzione di codice, analisi documentale, colpendo in particolare i lavori di ingresso, quelli tipicamente occupati dai lavoratori più giovani. Non si tratta necessariamente della fine del lavoro umano, ma di una compressione del valore economico di intere categorie professionali che rischia di correre più veloce della capacità dei sistemi educativi e di welfare di adattarsi.Da qui la proposta più controversa: una forma di tassazione sull’automazione, sia essa una “tassa sui robot” o un prelievo sull’uso dei token di intelligenza artificiale. Il ragionamento economico è lineare: se una macchina sostituisce un lavoratore, lo Stato perde gettito fiscale e contributivo legato a quel salario; una parte del valore generato dall’automazione dovrebbe quindi finanziare ammortizzatori sociali, formazione e riqualificazione. È un’idea che si scontra però con un vincolo di competitività internazionale: tassare troppo presto rischia di penalizzare i Paesi più virtuosi sul piano regolatorio, lasciando campo libero a chi investe senza vincoli. Il nodo vero, più che la tassa in sé, è impedire che i guadagni di produttività restino concentrati nelle poche società che controllano modelli, dati, semiconduttori e infrastrutture di calcolo — un tema di distribuzione della rendita tecnologica, non solo di gettito.C’è infine un passaggio che va oltre l’economia: la cosiddetta “human reserve”, un insieme di attività — istruzione, cura dell’infanzia, alcune funzioni sanitarie — che potremmo scegliere di riservare comunque agli esseri umani, anche quando una macchina risultasse tecnicamente più efficiente. È una scelta di valore prima che di efficienza, e per questo più difficile da normare: non riguarda cosa una macchina sa fare, ma cosa una società decide di voler continuare a fare da sé.Per chi guarda ai mercati, l’insieme di questi elementi introduce una variabile che finora era rimasta sullo sfondo: il rischio regolamentare e politico che grava sulle aziende leader dell’intelligenza artificiale. Controlli internazionali, tassazione dell’automazione, vincoli su alcune applicazioni: sono scenari che possono incidere sulle valutazioni di lungo periodo tanto quanto la crescita degli utili. La domanda, per Gates, non è più solo quanto diventerà potente l’intelligenza artificiale, ma chi la controllerà, chi ne raccoglierà i benefici e chi ne pagherà i costi di transizione.

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