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Rappresentazione visiva dell'articolo: L’illusione del 2026: perché i miliardi non hanno (ancora) svegliato il PIL

L’illusione del 2026: perché i miliardi non hanno (ancora) svegliato il PIL

Adriano Loponte

05 gennaio 2026

Siamo entrati nel 2026, l'anno della verità per il PNRR, con un interrogativo che inizia a dare fastidio: com'è possibile che dopo aver inondato il sistema economico con una pioggia di miliardi senza precedenti, il nostro PIL stia ancora lottando per scollarsi dallo "zero virgola"? Dare la colpa alla Germania che frena o ai tassi della BCE è un alibi che non regge più. Il problema è tutto nostro e riguarda un equivoco di fondo: abbiamo confuso la capacità di spesa con la capacità di crescita.Negli ultimi anni ci siamo illusi che bastasse aprire i rubinetti della spesa pubblica per trasformare l'Italia. Non è andata così. Il moltiplicatore economico – quel numero magico che ci dice quanti euro di PIL genera un euro speso dallo Stato – si è rivelato molto più basso delle stime ottimistiche dei documenti governativi. Perché? Perché non tutti gli euro sono uguali.C'è un errore prospettico che continua a inquinare il dibattito: scambiare la burocrazia per economia reale. Aver "impegnato" i fondi, o aver erogato gli anticipi alle stazioni appaltanti, è una vittoria contabile, non economica. Il PIL non cresce quando si firma un decreto, ma quando un cantiere apre davvero, quando una merce viaggia più veloce su una ferrovia nuova, o quando un'azienda digitalizzata assume due ingegneri in più. Se i soldi restano incagliati nei bilanci comunali o finiscono in micro-interventi a pioggia che non fanno sistema, l'effetto espansivo è nullo.È qui che emerge il vero limite strutturale italiano: la frammentazione. Mentre altri partner europei hanno puntato su pochi, grandi assi strategici (energia, grandi hub tecnologici), noi abbiamo spesso ceduto alla logica del "contentino". Abbiamo parcellizzato le risorse in migliaia di rivoli: rotatorie, rifacimenti di facciate, progetti comunali di dubbio impatto strategico. Una manovra perfetta per il consenso politico locale, ma disastrosa per la produttività nazionale.C'è poi il fattore tempo. La politica vive di scadenze elettorali, l'economia di cicli lunghi. I mercati, che hanno il pelo sullo stomaco, lo sanno bene. Sanno che un investimento in istruzione o in infrastrutture paga dividendi tra dieci anni, non domani mattina. Per questo restano freddi. Gli investitori non guardano ai comunicati trionfali sull'avanzamento della spesa, ma alla sostenibilità del nostro debito quando, finita la "droga" dei fondi europei, dovremo camminare sulle nostre gambe.Il messaggio per chi investe è brutale ma onesto: l'Italia non ha un problema di soldi, ne ha fin troppi. Ha un problema di "messa a terra". Finché non smetteremo di celebrare lo stanziamento dei fondi e inizieremo a misurare l'efficienza dei cantieri, il famoso "Rinascimento economico" resterà solo una bella slide in PowerPoint. 

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