Se c’è una cosa che l’Unione Europea sa fare meglio di chiunque altro, è trasformare decisioni storiche in estenuanti maratone burocratiche. Il caso dell’accordo UE-Mercosur ne è l’esempio perfetto, quasi da manuale di psicopatologia politica. Stiamo parlando di una trattativa iniziata quando ancora pagavamo in lire, oltre vent’anni fa, e che oggi rischia di arenarsi di nuovo tra cavilli procedurali, minacce di veti incrociati e quel tipico vizio europeo di guardarsi l’ombelico mentre il resto del mondo corre.Leggendo le cronache di questi giorni, sembra che tutto ruoti attorno a tecnicismi da azzeccagarbugli: ratifica mista o esclusiva? "Splitting" dell'accordo? Applicazione provvisoria o attesa messianica dell'unanimità? Sono questioni vere, per carità, ma rischiano di diventare l’albero che nasconde una foresta in fiamme. La verità, molto più brutale e meno diplomatica, è che questo non è un dibattito su dazi e quote: è un referendum sul ruolo dell'Europa nel XXI secolo. E per l’Italia, in particolare, è una partita dove la posta in gioco non è "vincere qualcosa", ma evitare di perdere tutto.Perché l’Italia non può permettersi il lusso dell’attesa?Parliamoci chiaro, fuori dai comunicati stampa istituzionali. L’Italia non è la Francia. Non abbiamo la loro autosufficienza nucleare, né la loro struttura statalista. Noi siamo una nazione trasformatrice, una repubblica fondata sull'export. Il nostro benessere, quello che paga gli stipendi a Vicenza come a Brescia, dipende dalla capacità di prendere materie prime, lavorarle con un "saper fare" unico al mondo e rivenderle ovunque ci sia qualcuno disposto a comprare.Il Mercosur, quell’enorme area che abbraccia Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, è un mercato di 260 milioni di persone che ha fame esattamente di ciò che noi produciamo meglio. Non chiedono solo il Parmigiano o la moda (che pure sono importanti), ma chiedono macchinari per l’imballaggio, robotica per le fabbriche, tecnologie per l’agricoltura di precisione, infrastrutture energetiche. Sono economie che devono modernizzarsi e cercano partner.Oggi, vendere un macchinario in Brasile significa affrontare dazi che spesso superano il 30%, barriere burocratiche folli e tempi biblici. Abbattere quel muro significa dare ossigeno puro ai nostri distretti industriali, quelli della meccanica strumentale, della componentistica auto, della chimica farmaceutica.Chi predica prudenza, chi dice "aspettiamo un momento migliore", forse non ha guardato il mappamondo recentemente. I vuoti in geopolitica non esistono. Se l’Europa si ritira, lo spazio non resta vuoto: viene riempito. E indovinate da chi? Dalla Cina. Pechino non si fa problemi di standard ambientali o diritti sindacali; arriva, costruisce porti, finanzia ferrovie e in cambio si prende il mercato. Pensare che l’Italia possa permettersi di lasciare questo spazio ai concorrenti asiatici aspettando che a Bruxelles tutti siano d’accordo è un suicidio assistito.Il tabù agricolo e l’ipocrisia dei muri.Arriviamo al punto dolente, quello che sta facendo scendere in piazza i trattori in mezza Europa: l’agricoltura. La Francia di Macron, pressata da una crisi interna fortissima, ha eretto le barricate, dipingendo l’accordo come l’invasione delle carni agli ormoni e del grano al glifosato.È una narrazione potente, che tocca la pancia delle persone, ma è anche parziale e, per certi versi, ipocrita.Nessuno nega che ci siano delle criticità per alcuni settori agricoli europei. Ma la politica serve a gestire i problemi, non a usarli come scusa per l'immobilismo. L’accordo prevede clausole di salvaguardia mai viste prima, standard sanitari rigorosi e il rispetto (vincolante) degli accordi di Parigi sul clima. Dire "no" a prescindere significa dire che l’agricoltura europea è così fragile da non poter reggere il confronto nemmeno con regole chiare. Davvero vogliamo credere che il futuro del nostro settore primario sia il protezionismo a oltranza? La storia insegna che chi si chiude dentro le mura, prima o poi, finisce le provviste. La competitività si difende investendo in qualità e tecnologia, non chiudendo le frontiere.Inoltre, c’è un calcolo cinico ma necessario da fare: possiamo sacrificare l’intera industria manifatturiera europea – che vale milioni di posti di lavoro e il futuro tecnologico del continente – per proteggere lo status quo di una parte del settore agricolo, principalmente francese? Per l’Italia, la risposta dovrebbe essere un "no" deciso.La "scorciatoia" necessaria.Ecco perché l’ipotesi dell’applicazione provvisoria, o lo "spacchettamento" dell’accordo per aggirare i veti nazionali, non è un trucco da azzeccagarbugli. È un atto di responsabilità politica. La Germania lo ha capito (finalmente), la Commissione lo sa. L’idea è semplice: attiviamo subito la parte commerciale, quella che abbatte i dazi e apre i mercati, e lasciamo la parte politica e di cooperazione a un processo di ratifica più lungo.Non è un deficit di democrazia, è un eccesso di realismo. In un mondo dove gli Stati Uniti flirtano con nuovi dazi e le catene di fornitura globali si stanno spezzando, l’Europa non può impiegare dieci anni per ratificare un testo che è già vecchio al momento della firma.Conclusione: attori o spettatori?Alla fine, il Mercosur è molto più di un contratto commerciale. È un test di sopravvivenza. L’Europa, stretta tra il protezionismo americano e l’aggressività commerciale cinese, rischia l’irrilevanza. Diventare un grande museo a cielo aperto, bellissimo per i turisti, ma incapace di produrre ricchezza e innovazione.L’Italia, che di export vive e respira, dovrebbe essere in prima fila a chiedere di firmare "ieri", non domani. Continuare a trattare questo dossier come una questione tecnica da funzionari di Bruxelles è comodo, perché ci evita di prendere posizioni scomode con gli amici francesi o con le nostre corporazioni interne. Ma la realtà è testarda.Mentre noi discutiamo se la carne argentina sia compatibile con i nostri standard, le navi cinesi stanno già scaricando container nei porti di Santos e Buenos Aires. Il treno sta passando adesso. Se decidiamo di non salirci perché il vagone non è arredato esattamente come piace a noi, non lamentiamoci se poi resteremo a piedi, a guardare gli altri che viaggiano verso il futuro. Non decidere, in questo caso, è la peggiore delle decisioni possibili.
