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Rappresentazione visiva dell'articolo: Non chiamatela bolla, ma vertigine: perché nel 2026 il vero rischio è il "prezzo della perfezione"

Non chiamatela bolla, ma vertigine: perché nel 2026 il vero rischio è il "prezzo della perfezione"

Adriano Loponte

31 dicembre 2025

Mentre Wall Street continua a ballare al ritmo dell’Intelligenza Artificiale, i gestori guardano ai multipli con crescente inquietudine. La scommessa per il prossimo anno non è indovinare il vincitore tecnologico, ma proteggersi da valutazioni che non ammettono errori. Ecco perché la Vecchia Europa e il ritorno del reddito fisso non sono più una scelta difensiva, ma tattica.Se chiedete a un gestore di fondi cosa lo tiene sveglio la notte in vista del 2026, vi risponderà che non sono i dazi commerciali e nemmeno le tensioni geopolitiche in Medio Oriente. Il vero incubo ha un nome tecnico: compressione del premio al rischio. In parole povere, i prezzi di borsa, specialmente quelli del comparto tecnologico statunitense, sono saliti a livelli tali da incorporare non solo la crescita futura, ma uno scenario di perfezione assoluta.Il problema, oggi, non è l’Intelligenza Artificiale. Nessuno mette in dubbio che la rivoluzione dei chip e degli algoritmi generativi sia reale e trasformativa, paragonabile all’avvento di Internet. L’errore, quello che la storia finanziaria punisce sempre, è confondere una grande innovazione industriale con un investimento sicuro a qualsiasi prezzo. Siamo in una fase in cui il mercato paga multipli di 30, 40 o 50 volte gli utili attesi, dando per scontato che i margini di profitto di questi colossi continueranno a espandersi all’infinito. È qui che si annida la fragilità: quando le aspettative sono così alte, basta una trimestrale "solo" buona, e non eccezionale, per innescare correzioni violente. Non serve che la bolla esploda fragorosamente come nel 2000; basta che si sgonfi lentamente, erodendo capitale per anni.La rivincita della "Vecchia Europa"In questo scenario di vertigini americane, l’Europa smette i panni della parente povera per indossare quelli dell’alternativa razionale. Non si tratta di patriottismo finanziario, ma di pura matematica delle valutazioni. Il listino europeo tratta a sconto storico rispetto a quello USA. Certo, mancano i "Magnifici 7" della tecnologia, ma abbondano le aziende che beneficiano dei trend reali dell’economia fisica: banche solide che tornano a distribuire dividendi generosi, colossi industriali spinti dai piani di reshoring e dalla transizione energetica, e società di servizi con flussi di cassa prevedibili.La strategia per il 2026 vede una rotazione tattica: alleggerire l'esposizione al growth americano (spesso iper-concentrato in pochi titoli) per sovrappesare il value europeo. Attenzione però: non è un "liberi tutti". Anche in Europa il ciclo economico rallenta. Puntare sull'indice generico non basta; serve selezionare chi ha bilanci capaci di reggere tassi d'interesse che, pur scendendo, non torneranno mai a zero.Il Bond non è più solo una zavorraLa seconda gamba della strategia difensiva riguarda l’obbligazionario. Per un decennio, i titoli di Stato e i corporate bond sono stati visti come "parcheggi" a rendimento zero, utili solo a ridurre la volatilità. Oggi il paradigma è ribaltato. Con rendimenti che sulla parte intermedia della curva offrono cedole reali positive (cioè superiori all'inflazione), il reddito fisso torna a fare il suo mestiere: produrre reddito.L’errore da non commettere è pensare che la partita sui tassi sia chiusa. Le Banche Centrali camminano su un filo sottile: devono tagliare i tassi per non soffocare l'economia, ma non possono farlo troppo in fretta per non riaccendere l'inflazione. In questo contesto, gestire la duration (la sensibilità del portafoglio ai tassi) diventa un’arte chirurgica. Non è il momento di comprare scadenze lunghissime alla cieca, ma di costruire posizioni sulla parte media (5-7 anni) che offrono il miglior compromesso rischio-rendimento.L’incognita valutaria: occhio al DollaroInfine, c’è l’elefante nella stanza che molti ignorano: il rischio cambio. Negli ultimi anni, il super-dollaro ha drogato i rendimenti dei portafogli europei investiti in America. Ma se il differenziale di crescita tra le due sponde dell’Atlantico dovesse ridursi, o se la Fed dovesse tagliare i tassi più aggressivamente della BCE, il biglietto verde potrebbe indebolirsi. Per un investitore europeo, un dollaro debole è una tassa occulta: erode i guadagni fatti a Wall Street quando vengono riconvertiti in euro. Ecco perché, per il 2026, la copertura del rischio cambio (hedging) o la diversificazione su valute diverse dal dollaro torna a essere un imperativo categorico.Conclusioni: il ritorno dello Stock PickingIn sintesi, il 2026 segnerà probabilmente la fine dell’era dell’investimento passivo "a occhi chiusi". Comprare un ETF sull’indice mondiale e aspettare non basterà più, perché gli indici sono troppo sbilanciati sui vincitori di ieri. La strategia vincente sarà selettiva, quasi artigianale: distinguere tra utili reali e narrativa, tra aziende solide e castelli di carte. Perché quando la marea della liquidità si ritira, come diceva Warren Buffett, si scopre sempre chi stava nuotando senza costume. 

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