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Rappresentazione visiva dell'articolo: Nucleare, via libera definitivo: l'Italia si dà le regole per tornare all'atomo

Nucleare, via libera definitivo: l'Italia si dà le regole per tornare all'atomo

Adriano Loponte

26 settembre 2026

Adriano

Il Senato approva la legge delega con 81 sì, 51 no e 7 astenuti. Il governo punta sui piccoli reattori modulari e fissa al 2033-2034 l'orizzonte dei primi impianti. Ora la partita si sposta sui decreti attuativi, sui costi e sul consenso dei territori.Quasi quarant'anni dopo il referendum del 1987, e quindici dopo il tentativo interrotto dal voto popolare del 2011 all'indomani di Fukushima, l'Italia torna ad avere un quadro giuridico che consente di produrre energia nucleare. Il Senato ha approvato in via definitiva il cosiddetto "Ddl Pichetto", la legge delega sul nucleare sostenibile già votata dalla Camera il 4 giugno. A favore la maggioranza (Fratelli d'Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) insieme ad Azione; astenuta Italia Viva; contrari Pd, M5S e Avs.La premier Giorgia Meloni ha parlato di una scelta «coraggiosa e di buon senso», sottolineando il paradosso di un Paese che importa elettricità prodotta dalle centrali nucleari dei vicini senza poterla generare in proprio.È bene sgombrare il campo da un equivoco: ieri non è stata autorizzata alcuna centrale. La legge conferisce al governo dodici mesi per adottare i decreti legislativi che disciplineranno l'intera filiera: produzione, fabbricazione e riprocessamento del combustibile, smantellamento dei vecchi impianti, gestione dei rifiuti radioattivi, ricerca sulla fusione. Altri 24 mesi sono previsti per eventuali correttivi.Il ministro dell'Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, punta però a stringere i tempi: cinque gruppi di lavoro al ministero stanno già scrivendo i testi, e l'obiettivo dichiarato è presentare la proposta dei decreti entro fine anno. Seguiranno i passaggi con la Conferenza delle Regioni e i pareri parlamentari.Due i pilastri della governance. Il primo è una nuova Autorità indipendente per la sicurezza, che dovrebbe inglobare le competenze dell'Isin. Il secondo è la revisione degli iter autorizzativi, che resteranno distinti dalla valutazione tecnica di sicurezza. Sul fronte tecnologico, la scelta delle soluzioni è affidata all'analisi di Nuclitalia, attesa anch'essa entro l'anno.La scommessa degli SMRIl ritorno all'atomo non passa dalle grandi centrali del passato, escluse esplicitamente dal provvedimento. Il perimetro è quello dei reattori di piccola e media taglia: gli Small Modular Reactor (SMR) di terza generazione avanzata, da circa 300 megawatt, progettati per essere prodotti in serie e assemblati sul posto, e in prospettiva gli Advanced Modular Reactor (AMR) di quarta generazione, che richiederanno qualche anno in più.Qui sta il cuore della questione economica. Pichetto indica un costo d'investimento nell'ordine dei 7-8mila euro per kilowatt: tradotto, circa 2-2,5 miliardi per un singolo modulo da 300 MW. Una cifra impegnativa, che il governo giustifica con una vita utile dell'impianto di circa sessant'anni e con la natura programmabile della produzione, indipendente da sole e vento. Il confronto con fotovoltaico più batterie, sostiene il ministro, potrebbe portare a un sostanziale equilibrio dei costi.La cautela, però, è d'obbligo. I vantaggi economici degli SMR dipendono in larga parte dalla capacità di passare a una vera produzione industriale in serie, e su scala commerciale il modello deve ancora dimostrare la propria competitività. È proprio su costi, tempi e coperture che si è concentrata la critica delle opposizioni, che contestano l'assenza di una valutazione compiuta delle tecnologie alternative. Scettiche anche le associazioni ambientaliste, secondo cui l'atomo non risolve i problemi energetici immediati del Paese.L'argomento più forte dei sostenitori riguarda il fabbisogno futuro. Secondo le stime citate dal ministro, entro il 2040 l'Italia avrà bisogno di 100-150 terawattora in più rispetto a oggi, spinta da elettrificazione, data center e intelligenza artificiale, a fronte di un deficit produttivo già attuale di circa 50 TWh. Confindustria vede nel nucleare una leva per accompagnare l'industria verso la neutralità climatica.C'è poi una dimensione industriale che va oltre il numero di reattori che sorgeranno in Italia. Il Paese vanta la seconda manifattura nucleare europea, già attiva sui mercati internazionali. Se il mercato degli SMR decollerà a livello globale, ingegneria, componentistica e servizi ad alto contenuto tecnologico potrebbero trarne beneficio a prescindere dalle scelte domestiche. La legge non individua i siti. La localizzazione seguirà criteri tecnici: sismicità, rischio idrogeologico, infrastrutture, connessione alla rete. Pichetto apre ai distretti industriali, dove consorzi di imprese si sarebbero già fatti avanti, ma insiste che nulla si farà senza il consenso dei territori. Ed è qui che si giocherà una parte decisiva della partita: essere favorevoli al nucleare in astratto è diverso dall'accettare un reattore vicino a casa.Resta aperto anche il capitolo rifiuti, con la necessità di un deposito nazionale per le scorie a bassa e media intensità e di uno stoccaggio temporaneo per quelle ad alta attività, in attesa di una soluzione geologica da definire su scala europea.Il 2033 può sembrare lontano, ma nelle infrastrutture energetiche otto anni sono un tempo brevissimo. Il voto di ieri ha rimosso un ostacolo, non ha acceso un reattore. Saranno i prossimi due o tre anni, tra decreti, autorizzazioni e piani finanziari, a dire se l'atomo italiano resterà una promessa politica o diventerà un progetto industriale.  

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