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Rappresentazione visiva dell'articolo: Panetta, l’Italia e l’alibi della culla vuota :perchè senza produttività siamo condannati

Panetta, l’Italia e l’alibi della culla vuota :perchè senza produttività siamo condannati

Adriano Loponte

17 gennaio 2026

C’è un grande, comodo alibi che circola da anni nei corridoi della politica e dell’economia italiana: quello dell’inverno demografico. "Non cresciamo perché siamo vecchi", ci ripetiamo come un mantra consolatorio. È una mezza verità che diventa una bugia intera se usata per coprire altre mancanze. L’intervento di Fabio Panetta all’Università di Messina ha avuto il merito, raro di questi tempi, di squarciare il velo dell’ipocrisia: il calo delle nascite è un vincolo serissimo, certo, ma non è il colpevole primario della nostra stagnazione. Il vero imputato, quello che siede sul banco degli accusati da vent’anni, si chiama produttività.L’equazione sbagliata Il ragionamento del Governatore della Banca d’Italia è sottile ma devastante per la retorica corrente. L’Italia sta entrando in una fase storica inedita: la forza lavoro si riduce a vista d’occhio. Entro il 2050 mancheranno all’appello oltre sette milioni di persone in età attiva. In un sistema economico "normale", meno braccia significano meno PIL. È matematica. Ma Panetta ci invita a guardare oltre l’aritmetica spicciola: la demografia diventa una condanna definitiva solo se la produttività resta al palo. Se invece ogni ora lavorata generasse più valore, il calo fisico dei lavoratori potrebbe essere compensato, o quantomeno mitigato.Il problema è che l’Italia, su questo fronte, è un motore ingrippato. Mentre noi davamo la colpa all’età media, Germania e Francia,  che pure invecchiano, sebbene meno di noi, continuavano a macinare guadagni di efficienza. Negli ultimi vent'anni la loro produttività è cresciuta, la nostra è rimasta una linea piatta, simile all'encefalogramma di un paziente in coma. Questo divario spiega il nostro impoverimento molto meglio di qualsiasi statistica sulla natalità.La fuga dei cervelli: un sussidio ai concorrenti Il passaggio più doloroso dell'analisi riguarda il capitale umano. E qui i numeri fanno male. Un laureato che lavora in Germania guadagna, in media, l’80% in più di un suo collega rimasto in Italia. Non il 10 o il 20 per cento: l’80. Di fronte a un differenziale del genere, parlare di "scarso attaccamento alla patria" o di "voglia di fare esperienza" è ridicolo. È una pura questione di incentivi economici.L’emorragia di giovani qualificati non è solo un dramma sociale per le famiglie che vedono partire i figli: è un disastro macroeconomico. L’Italia spende risorse pubbliche (poche, ma le spende) per formare un ingegnere o un medico, e poi lo "regala" bello e fatto al sistema produttivo tedesco o francese. È, a tutti gli effetti, un trasferimento netto di ricchezza dall’Italia al Nord Europa. Noi paghiamo i costi, loro incassano i benefici in termini di PIL e innovazione. Panetta lo dice chiaramente: senza un premio al merito e senza salari adeguati, l’Italia diventa un centro di formazione per le economie altrui.L’istruzione come "Cenerentola" del bilancio Tutto questo ci porta al nodo degli investimenti. Spendiamo in istruzione meno del 4% del PIL, una cifra che ci relega nei bassifondi delle classifiche europee. Per anni abbiamo trattato la scuola e l’università come voci di spesa da tagliare o, peggio, come ammortizzatori sociali per il personale, dimenticando la loro vera funzione: essere le fabbriche del futuro.Il sottoinvestimento cronico ha creato un circolo vizioso: poche risorse, qualità della formazione disomogenea, scarso trasferimento tecnologico alle imprese, bassa innovazione. E quindi, bassa produttività. Le imprese italiane, spesso piccole e poco capitalizzate, faticano ad assorbire tecnologia e capitale umano avanzato, preferendo competere sul costo del lavoro piuttosto che sul valore aggiunto. Ma in un mondo globale, competere al ribasso è una corsa che l’Italia ha già perso in partenza.Giustizia sociale e crescita: basta con le favole C’è poi un passaggio del discorso che assume una valenza squisitamente politica. Panetta smonta l’eterna dicotomia tra efficienza ed equità. Spesso, nel dibattito pubblico italiano, si contrappone la crescita economica alla giustizia sociale, come se fossero due obiettivi alternativi. Il Governatore ci ricorda che è vero l’esatto contrario: senza crescita della produttività, non c’è nulla da redistribuire.Le disuguaglianze si riducono se c’è margine per alzare i salari reali, se c’è spazio fiscale per un welfare robusto, se lo Stato può investire in servizi senza fare deficit mostruosi. Un’economia che non cresce è un’economia dove la torta resta piccola e ci si accapiglia per le briciole. La coesione sociale non si costruisce con i bonus a pioggia finanziati a debito, ma con un sistema che crea valore in modo strutturale.Il messaggio ai mercati (e ai risparmiatori) Infine, c’è la lettura per chi guarda ai nostri titoli di Stato. La demografia avversa rende il nostro debito pubblico intrinsecamente più fragile. Meno giovani significa meno contribuenti futuri chiamati a ripagare il debito accumulato dai padri. Per gli investitori di lungo periodo, la "crescita potenziale" è l’unica vera garanzia di solvibilità.Le banche centrali possono comprare tempo con i tassi o con gli acquisti di titoli, ma non possono comprare la crescita. Quella dipende dalle riforme, dalla tecnologia, dalla scuola. Un Paese che invecchia e che contemporaneamente rifiuta di modernizzarsi è un Paese che si espone a rischi finanziari enormi.Conclusioni: l’ultima chiamata La lezione che arriva da Messina è, in definitiva, un ultimatum. Non possiamo invertire la curva demografica in due anni: anche se iniziassimo a fare tre figli a famiglia domani mattina, ci vorrebbero vent'anni prima di vederli entrare in fabbrica o in ufficio. La demografia ha tempi geologici.La produttività, invece, risponde alle politiche economiche in tempi umani. Investire massicciamente nell'istruzione, digitalizzare la pubblica amministrazione, incentivare le fusioni aziendali per renderle più solide: queste sono leve che possiamo azionare subito.Il declino demografico non è un destino cinico e baro, è una sfida. Altri Paesi la stanno affrontando puntando sulla qualità, sull'automazione, sull'intelligenza artificiale e sulla valorizzazione di ogni singola testa pensante. L’Italia, invece, sembra ferma a guardare il calendario, sperando che passi la nottata. Ma come ci ricorda Panetta, senza una scossa alla produttività, la nottata rischia di diventare perenne. 

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