Meno lavoratori, più pensionati e assegni destinati a ridursi: al Forum sulla previdenza complementare, Martina Besana e Lorenzo Cominotto di Gospa Consulting, spiegano perché la previdenza complementare non è più un'opzione per pochi.Per decenni la pensione pubblica è stata, per gli italiani, una sorta di promessa implicita: una vita di lavoro e di contributi in cambio di una vecchiaia serena. Oggi quella promessa resta in piedi, ma poggia su fondamenta sempre meno solide. Non perché il sistema sia destinato a crollare, ma perché demografia ed economia stanno cambiando le regole del gioco.Un patto tra generazioni sotto pressioneIl primo equivoco da sfatare riguarda il funzionamento stesso del sistema. I contributi versati durante la carriera non finiscono in un salvadanaio personale presso l'INPS. L'Italia adotta un modello a ripartizione: chi lavora oggi paga le pensioni di chi ha già smesso. Un meccanismo che regge finché il rapporto tra contribuenti e beneficiari resta equilibrato.Ed è proprio quell'equilibrio a vacillare. Negli anni Sessanta il Paese era giovane, con nascite elevate e una forza lavoro in crescita. Oggi, secondo i dati presentati al Forum, ci sono circa 1,46 occupati per ogni pensionato, e le proiezioni indicano che entro il 2050 il rapporto potrebbe avvicinarsi a uno a uno.A rendere il quadro ancora più eloquente è un confronto semplice. Quegli 1,46 lavoratori versano contributi pari a circa il 32,4% della retribuzione, mentre il pensionato riceve in media un assegno vicino al 72% dell'ultimo stipendio. Non è un'equazione contabile in senso stretto, perché salari, gestioni e fonti di finanziamento differiscono, ma la fotografia è chiara: prestazioni relativamente generose poggiano su una base contributiva sempre più stretta.I numeri macro confermano la tensione. Durante l'incontro è stato evidenziato un divario di oltre 167 miliardi di euro tra le entrate contributive dell'INPS, circa 289 miliardi, e il complesso delle prestazioni previdenziali e assistenziali, stimate in circa 457 miliardi. Una cifra che va letta con cautela: non coincide con il disavanzo delle sole pensioni, perché include anche interventi assistenziali coperti dalla fiscalità generale. Resta però un indicatore del peso crescente di questa voce sui conti dello Stato.La spesa pensionistica assorbe già il 15,3% del PIL, una delle quote più alte d'Europa. Le proiezioni indicano un picco del 17,1% negli anni Quaranta, quando andranno in pensione le generazioni del baby boom. A spingere la spesa non saranno assegni più ricchi, ma un numero maggiore di beneficiari, che percepiranno la pensione per periodi sempre più lunghi.Le riforme degli ultimi trent'anni, dalla Dini del 1995, che ha introdotto il metodo contributivo, alla Fornero del 2011, hanno già indicato la direzione: contenere la spesa e legare l'età pensionabile all'aspettativa di vita. In futuro, nuovi interventi potrebbero tradursi in carriere più lunghe o in assegni meno generosi.L'indicatore da tenere d'occhio è il tasso di sostituzione, il rapporto tra prima pensione e ultimo reddito. Le stime citate dai relatori ne prevedono un calo sensibile nei prossimi decenni, con i lavoratori autonomi più esposti: per loro si prospettano valori anche sotto il 50%. Proiezioni che dipendono da carriera, età di uscita e andamento dell'economia, ma che convergono su un punto: la pensione pubblica, da sola, rischia di non bastare a mantenere il tenore di vita.Il tempo come primo alleatoQui entra in gioco la previdenza complementare. Secondo Besana e Cominotto, la variabile decisiva è il tempo. Iniziare a trent'anni anziché a cinquanta può fare una differenza enorme, anche a parità di rendimento, grazie all'effetto dell'interesse composto, che su orizzonti di venti o trent'anni moltiplica il capitale accumulato.A favore giocano anche i vantaggi fiscali: deducibilità dei contributi entro i limiti di legge e tassazione agevolata delle prestazioni. Più delicata la scelta sul TFR. Lasciato in azienda, si rivaluta secondo un meccanismo fissato per legge; conferito a un fondo pensione, segue l'andamento dei mercati, con maggiori opportunità ma anche rischi. La decisione va ponderata tenendo conto di fiscalità, costi, orizzonte temporale e profilo di rischio. Senza dimenticare l'inflazione, che erode silenziosamente il valore reale dei risparmi.La previdenza pubblica resterà un pilastro del welfare italiano. Ma affidarle per intero il proprio futuro economico è una scommessa sempre più rischiosa. Conoscere per tempo la propria posizione contributiva, stimare il divario tra reddito e pensione attesa e costruire, con l'aiuto di un consulente qualificato, un piano di accumulo coerente diventa una necessità.La vera illusione, in fondo, non è credere che domani esisterà ancora una pensione pubblica. È pensare che basterà.
