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Rappresentazione visiva dell'articolo: Se non sei al tavolo,sei nel menu,la sveglia di Mark Carney per le potenze medie

Se non sei al tavolo,sei nel menu,la sveglia di Mark Carney per le potenze medie

Adriano Loponte

27 gennaio 2026

Nel nuovo disordine globale, c'è una frase che risuona come un avvertimento che nessun leader occidentale può permettersi di ignorare: «Se non sei al tavolo, sei nel menu». Non è una battuta di spirito, né una frase fatta da manuale di diplomazia. È la diagnosi gelida di un mondo che ha smesso di girare secondo le regole a cui eravamo abituati.


A pronunciarla, durante un intervento chiave che ha scosso il World Economic Forum di Davos, è stato Mark Carney. E per capire perché queste parole pesino come macigni, bisogna innanzitutto capire chi le ha dette. Carney non è un osservatore qualunque. È l'archetipo del "tecnocrate globale", l'uomo che sussurra ai mercati. Canadese, classe 1965, è stato Governatore della Banca del Canada (che ha salvato dalla crisi del 2008), poi primo straniero nella storia a guidare la Bank of England. Oggi è Inviato Speciale delle Nazioni Unite per l'azione climatica e Presidente di Brookfield Asset Management, uno dei fondi più potenti al mondo. Quando Carney parla, non fa teoria politica: analizza dove si stanno spostando i soldi e il potere reale.

E la sua analisi è spietata: il vecchio mondo è finito, e quello nuovo è molto più pericoloso per chi non ha le spalle larghe.


Non chiamatela transizione, è una frattura! L'errore cognitivo più grande che stiamo commettendo, sostiene Carney, è pensare di vivere una "fase di transizione". Il termine suggerisce un passaggio ordinato da un punto A a un punto B. La realtà è diversa: siamo in una frattura strutturale. Le crisi che ci hanno investito negli ultimi quindici anni – il crollo finanziario del 2008, la pandemia, lo shock energetico, il ritorno della guerra in Europa e in Medio Oriente non sono episodi sfortunati e isolati. Sono le crepe di un sistema, quello della globalizzazione a guida occidentale, che non tiene più. L'ordine internazionale basato sulle regole (il rules-based order) funzionava finché garantiva crescita a tutti e finché le grandi potenze, Stati Uniti e Cina su tutte, avevano interesse a rispettarlo. Oggi non è più così.


Il ritorno del potere "non onesto". Il cuore del ragionamento di Carney tocca un concetto inquietante: il ritorno del "potere disonesto". Non in senso morale, ma sistemico. Per trent'anni abbiamo creduto che l'interdipendenza economica fosse l'antidoto alla guerra: se facciamo affari insieme, non ci spareremo addosso. Oggi scopriamo che l'interdipendenza, se non governata, è una trappola mortale. Le grandi potenze hanno iniziato a usare l'economia come un'arma (weaponization). Pensiamo ai dazi punitivi, al blocco dell'export di tecnologie critiche, al controllo delle materie prime, alle sanzioni finanziarie. In questo scenario, essere un'economia aperta e integrata non è più un punto di forza, ma un tallone d'Achille. Se dipendi da un unico fornitore per il gas, per i microchip o per le terre rare, sei ricattabile. La tua sovranità è nominale, non reale.


La rivincita delle Potenze Medie In questo scontro tra titani (Washington vs Pechino), chi rischia di finire "nel menu"? Le cosiddette potenze medie. Parliamo di Paesi come il Canada, il Regno Unito, il Giappone, l'Australia, la Corea del Sud. E, naturalmente, le nazioni europee. Sono Paesi ricchi, tecnologicamente avanzati, ma privi della massa critica militare o demografica per imporre la propria volontà da soli. Se questi Paesi si limitano all'adattamento passivo – cercando di barcamenarsi tra i due blocchi senza prendere posizione – finiranno schiacciati.

Carney propone una "terza via": la coordinazione strategica. Le potenze medie devono smettere di agire come entità isolate e iniziare a muoversi come un blocco flessibile. Non si tratta di autarchia (impossibile e dannosa), ma di "autonomia strategica condivisa". Il Canada, citato come laboratorio di questa strategia, sta già investendo miliardi per ridisegnare le proprie catene di fornitura, stringendo accordi con partner "affidabili" (il cosiddetto friend-shoring) e sviluppando una politica industriale che garantisca l'accesso a energia e minerali critici senza passare per i colli di bottiglia controllati dai rivali geopolitici.


L'Italia: un gigante dai piedi d'argilla? Sebbene Carney non citi esplicitamente l'Italia, il suo discorso sembra cucito su misura per le vulnerabilità del nostro Paese. L'Italia è la quintessenza della potenza media che rischia grosso. Siamo la seconda manifattura d'Europa, un'economia di trasformazione straordinaria. Ma per "trasformare", dobbiamo importare quasi tutto: energia, materie prime, semilavorati tecnologici. Il nostro modello di business si è fondato per decenni sull'energia a basso costo (spesso russa) e sull'export verso mercati in crescita (spesso asiatici), sotto l'ombrello di sicurezza americano. Oggi, quei pilastri vacillano tutti insieme.


Per l'Italia, il messaggio di Carney è un allarme rosso. Un'economia come la nostra non può permettersi di "aspettare che passi la nottata". Se le catene globali del valore si spezzano o si riorganizzano su base politica, rischiamo di trovarci con le fabbriche ferme o con i mercati chiusi. Non abbiamo le risorse naturali del Canada o la finanza di Londra, ma abbiamo un peso specifico industriale enorme. La sfida, per Roma, è usare questo peso all'interno dell'Unione Europea per spingere verso una vera politica industriale comune. Da soli, siamo troppo piccoli per trattare alla pari con i giganti. Insieme alle altre potenze medie europee, siamo il mercato più ricco del mondo.


Il costo del biglietto per sedersi al tavolo La conclusione è politica, nel senso più nobile del termine. Stare al tavolo delle decisioni non è gratis. Richiede investimenti massicci in difesa, in sicurezza energetica, in tecnologia. Richiede di accettare che l'efficienza economica a breve termine (comprare dove costa meno) deve lasciare il passo alla sicurezza a lungo termine (comprare da chi è affidabile). È un cambio di paradigma costoso e impopolare. Ma l'alternativa è accettare che il nostro destino venga deciso altrove, a Washington o a Pechino. E come ricorda Carney, nel mondo che verrà non ci sarà spazio per gli spettatori: o sei un giocatore, o sei la posta in gioco.

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