Ogni anno ci illudiamo che il mondo torni leggibile con le categorie di prima. Poi arrivano i fatti a smentirci: guerre che ridisegnano i commerci, dazi che cambiano gli equilibri, mercati che reagiscono più alla geopolitica che ai fondamentali. È anche per questo che ho voluto scrivere il mio settimo libro, il sesto della collana Atlante del Presente.L’idea di fondo è semplice: il presente non si capisce per accumulo di notizie, ma per capacità di collegarle. E negli ultimi anni questa esigenza è diventata ancora più evidente. Dal 2020 in poi non abbiamo vissuto una sequenza di episodi scollegati, ma una lunga transizione: pandemia, inflazione, ritorno dei conflitti, crisi energetiche, nuove tensioni commerciali, accelerazione tecnologica, intelligenza artificiale, ridefinizione degli equilibri tra Stati Uniti e Cina. Ogni volta abbiamo pensato di essere arrivati a un punto di approdo. Ogni volta abbiamo scoperto di essere soltanto a una nuova curva della storia.Il 2025, da questo punto di vista, è stato un anno emblematico. È emersa con forza una verità che in molti avevano sottovalutato: la geopolitica non è più uno sfondo, ma una variabile centrale dei mercati, delle scelte industriali e della vita economica. I dazi sono tornati a essere non un incidente, ma uno strumento di pressione strategica. Le catene del valore si sono confermate più fragili di quanto si pensasse. E gli investitori hanno dovuto prendere atto che non basta più leggere trimestrali, banche centrali e multipli: bisogna capire il contesto politico, commerciale e militare dentro cui quei numeri prendono forma.Ma il punto forse ancora più interessante è che siamo solo ad aprile 2026 e già il nuovo anno ci sta dicendo che il quadro non si è affatto stabilizzato. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo aggiornamento di gennaio, vedeva un’economia globale ancora resiliente, con crescita attesa al 3,3% nel 2026, sostenuta da investimenti tecnologici e capacità di adattamento del settore privato. Tuttavia, già allora il Fondo segnalava la presenza di “forze divergenti”, legate alle tensioni commerciali e alla frammentazione geopolitica. Nelle ultime settimane questi rischi sono tornati con forza al centro della scena. Le tensioni in Medio Oriente e l’incertezza attorno allo Stretto di Hormuz hanno riportato il mercato a confrontarsi con uno dei suoi timori più antichi: che un chokepoint geopolitico possa trasformarsi in uno shock energetico, logistico e inflazionistico. Reuters ha riferito che il conflitto ha inciso in modo rilevante sui flussi di petrolio e GNL, mentre Kristalina Georgieva ha avvertito che questa crisi rischia di lasciare cicatrici permanenti sull’economia globale e di costringere il Fondo a un taglio delle stime di crescita. Nel frattempo, anche sul fronte del commercio internazionale il quadro resta fragile. L’OMC ha rilevato che nel 2025 il commercio mondiale di merci è cresciuto più del previsto, ma ha anche segnalato che nel 2026 i maggiori rischi arrivano proprio dall’incertezza geopolitica, dai costi del trasporto e dalle tensioni sulle rotte energetiche e marittime. L’OCSE, nel suo Interim Report di marzo 2026, insiste sullo stesso punto: gli accordi che riducono le tensioni possono aiutare, ma il sistema globale resta esposto a frammentazione, protezionismo e vulnerabilità strategiche. Ecco perché questo nuovo libro nasce oggi. Non per aggiungere un titolo a una lista, ma per provare a mettere ordine in un passaggio storico che continua a sfuggire a letture troppo semplici. Nell’epoca dell’informazione continua, il vero rischio non è sapere poco. È sapere molto, ma senza gerarchia. Riceviamo notizie in tempo reale su guerre, dazi, mercati, tecnologia, banche centrali, elezioni, energia. Ma se non riusciamo a costruire i nessi tra questi eventi, restiamo informati e insieme disorientati.La collana Atlante del Presente nasce da questa esigenza. Ogni volume prova a fissare i temi dominanti di un anno, ma soprattutto a collegarli dentro una cornice comprensibile. Visti singolarmente, gli eventi appaiono episodici. Messi in sequenza, raccontano invece una trasformazione strutturale: il passaggio da un mondo più integrato, prevedibile e centrato sull’economia a un mondo più frammentato, più competitivo, più esposto al rischio politico e strategico.In questo senso, il mio settimo libro non chiude un percorso. Lo rafforza. Perché il 2026, appena iniziato, ci sta già mostrando che il disordine non è una parentesi, ma una condizione con cui dovremo convivere. E convivere con il disordine non significa rassegnarsi: significa dotarsi di mappe migliori.È questo, in fondo, il senso del libro. Non offrire certezze assolute in un tempo che non ne concede molte, ma proporre una chiave di lettura rigorosa, utile e coerente. Per chi investe, per chi lavora, per chi osserva il mondo con attenzione, capire il presente non è un esercizio culturale astratto. È una forma di responsabilità.
