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Rappresentazione visiva dell'articolo: Sfide e responsabilità in un mondo che cambia

Sfide e responsabilità in un mondo che cambia

Adriano Loponte

07 febbraio 2026

C’è un passaggio, nel ragionamento di Ferruccio De Bortoli, che ha il sapore amaro della presa di coscienza. È il momento in cui ci si rende conto che il vecchio patto sociale, quello su cui intere generazioni hanno costruito le proprie certezze, si è incrinato. Non per cattiveria ideologica, ma per pura e semplice aritmetica. Stiamo parlando di quella che potremmo definire una "privatizzazione silenziosa del rischio": in pochi anni, senza che ci fossero grandi annunci o rivoluzioni di piazza, la responsabilità della sicurezza finanziaria è scivolata dalle spalle larghe dello Stato a quelle, decisamente più fragili, del singolo individuo.Non è un cambiamento da poco. È una frattura storica. Per decenni, la previdenza pubblica è stata l'ombrello sotto cui ripararsi; oggi, quell'ombrello si è fatto più piccolo, lasciando scoperte parti sempre più ampie della nostra vita futura. La combinazione è letale e nota: riforme pensionistiche necessarie ma severe, una demografia che vede l’Italia invecchiare a ritmi vertiginosi e una crescita economica troppo timida per sostenere il tutto. Il risultato? I tassi di sostituzione scendono, il potere d'acquisto delle pensioni viene corroso dall'inflazione e il "primo pilastro" pubblico non basta più. Da solo, non regge.È qui che il discorso di De Bortoli si fa stringente e ci pone davanti a una domanda scomoda: siamo pronti? Siamo culturalmente attrezzati per gestire questa nuova solitudine finanziaria? La risposta, purtroppo, è titubante. Trasferire il rischio sui cittadini è un'operazione burocratica relativamente semplice; fornire loro gli strumenti intellettuali ed emotivi per gestirlo è una sfida di tutt’altra portata.In questo scenario, il risparmio smette di essere una faccenda privata, un semplice accumulo di denaro per togliersi qualche sfizio, e diventa, citando De Bortoli, "l'ultima vera infrastruttura sociale" del Paese. È una definizione potente. In un’Italia segnata da disuguaglianze crescenti e da un impoverimento del ceto medio, i circa 11.000 miliardi di euro di risparmio complessivo delle famiglie hanno agito come un ammortizzatore sociale formidabile. Insieme alla rete di solidarietà familiare, questo "tesoretto" ha evitato che le fratture sociali diventassero voragini. È un fattore di stabilità silenzioso, spesso dato per scontato, ma decisivo per la tenuta democratica.Tuttavia, c’è un’ombra su questa ricchezza. Non è un monolite intoccabile. Negli ultimi anni, tra la svalutazione immobiliare e il morso dell'inflazione, si stima che circa il 5% di questo patrimonio reale si sia volatilizzato. Siamo un Paese ancora ricco, sì, ma paradossalmente fragile, che vede la propria riserva di sicurezza erodersi lentamente mentre il costo della vita e della longevità aumenta.Da questa consapevolezza nasce una responsabilità nuova, che investe in pieno la figura del consulente finanziario. Dimenticate il vecchio stereotipo del venditore di prodotti o del selezionatore di titoli: oggi, chi fa consulenza svolge una funzione che ha quasi dei tratti civili. Il compito non è più solo "battere il mercato", ma aiutare il risparmiatore a dare un nome e uno scopo ai propri soldi. Significa trasformare il risparmio in una risposta strutturata al "rischio di longevità", ovvero il rischio (paradossale ma reale) di sopravvivere ai propri soldi. È un lavoro di educazione e di pazienza, che richiede trasparenza sui costi e la capacità di tenere la barra dritta su orizzonti temporali lunghi, resistendo all'emotività del momento.La sfida si fa ancora più complessa se guardiamo ai più giovani. Per loro, il percorso è in salita: carriere frammentate, "buchi" contributivi e lavori precari rendono le pensioni future un miraggio lontano e incerto. A complicare il quadro interviene un ecosistema informativo tossico, quello che De Bortoli definisce efficacemente il "fast food dell’informazione". Siamo bombardati da messaggi che privilegiano l'immediatezza, il tutto e subito, in netto contrasto con la disciplina lenta che richiede la pianificazione finanziaria.È il terreno fertile per la degenerazione della comunicazione finanziaria online. I cosiddetti fin-fluencer spopolano sui social con grandi capacità comunicative ma, troppo spesso, con una responsabilità nulla. Promettono rendimenti facili, spingono verso il trading compulsivo e alimentano aspettative irrealistiche, creando una cultura del rischio distorto. In questo Far West digitale, la Consob appare spesso in affanno, arrivando a chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. C'è un bisogno disperato di distinguere tra chi fa educazione seria e chi vende illusioni, ridando autorevolezza ai professionisti veri.Infine, non possiamo ignorare la nostra storia. L’Italia sconta un retaggio culturale pesante: avendo convissuto a lungo con un debito pubblico monstre, il legislatore ha storicamente spinto il risparmio verso i titoli di Stato, prosciugando risorse che avrebbero potuto alimentare l'economia reale. Ne è derivata quella "cultura contadina" del risparmio – prudente, difensiva, immobiliare o obbligazionaria – che vede il mercato azionario con sospetto, quasi fosse un casinò e non un luogo di crescita.Oggi, però, quella prudenza non basta più. La sfida della longevità impone un cambio di paradigma radicale. Non si tratta di diventare speculatori, ma di capire che il rischio maggiore, oggi, è non investire affatto o investire male, lasciando i soldi fermi a farsi mangiare dall'inflazione. Integrare protezione, previdenza e investimento non è più un lusso per pochi, ma una necessità per tutti. Dalla gestione della non autosufficienza al supporto nelle fasi vulnerabili della vecchiaia, la pianificazione deve coprire l'intero arco della vita.Il messaggio finale è un appello alla maturità. Il nostro futuro finanziario non è più delegabile a terzi, né allo Stato né alla fortuna. È una costruzione individuale che richiede competenza, regole certe e guide affidabili. Il risparmio ci ha salvato finora, ma per continuare a farlo deve evolversi: da semplice scudo difensivo a strumento consapevole di libertà. 

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