C’è una frase che sintetizza perfettamente il momento storico che stiamo vivendo: la tecnologia non è più un settore dell’economia, ma è diventata l’infrastruttura stessa del potere globale. È questo il cuore del forum Allianz Bank dedicato al tema del “Tecnocapitalismo”, ospitato presso il Talent Garden e guidato dall’intervento del professor Filippo Lubrano. Un confronto che ha avuto il merito di evitare sia l’entusiasmo ingenuo verso l’intelligenza artificiale sia il catastrofismo facile, cercando invece di leggere il fenomeno con realismo economico, geopolitico e sociale.Negli anni Novanta la Silicon Valley si presentava come la frontiera idealista dell’innovazione. Il motto di Google, “Don’t be evil”, incarnava l’idea che la tecnologia potesse democratizzare il sapere e migliorare il mondo. Anche Meta nasceva con l’ambizione di “connettere le persone”. Ma il passaggio dalla promessa originaria al capitalismo della sorveglianza è stato molto più rapido di quanto molti immaginassero.La Primavera Araba aveva inizialmente alimentato la convinzione che i social network fossero strumenti di libertà. Poi è arrivato il caso Cambridge Analytica, che ha dimostrato come dati personali, profilazione algoritmica e manipolazione emotiva potessero influenzare processi democratici cruciali come Brexit ed elezioni americane. Da quel momento, la tecnologia ha smesso di apparire neutrale.Oggi il controllo dei dati è diventato una forma di potere geopolitico. Non è un caso che il tema della sorveglianza sia emerso con forza durante il forum. Le telecamere domestiche, i dispositivi intelligenti e le piattaforme digitali stanno creando una rete permanente di raccolta dati. Il punto non è più soltanto “chi possiede la tecnologia”, ma chi controlla le informazioni prodotte da miliardi di persone ogni giorno. Questo fenomeno si intreccia direttamente con il nuovo equilibrio globale. La vera guerra economica del XXI secolo non si combatte più solo sul petrolio o sulle rotte commerciali, ma sui semiconduttori, sull’intelligenza artificiale e sulle terre rare. In questo scenario Nvidia rappresenta perfettamente il nuovo paradigma: nella corsa all’IA, chi sta guadagnando davvero non è necessariamente chi sviluppa applicazioni, ma chi vende l’infrastruttura indispensabile per farle funzionare.Il caso Nvidia ricorda le grandi corse all’oro della storia: i veri vincitori spesso non erano i cercatori, ma chi vendeva pale e picconi. Mentre molte aziende dell’intelligenza artificiale continuano a bruciare capitale, il business dell’hardware produce margini straordinari. E qui emerge il nodo geopolitico più delicato: la dipendenza mondiale da TSMC e da Taiwan.Taiwan è oggi uno degli snodi strategici più importanti del pianeta. Se l’isola si fermasse, gran parte della produzione mondiale di chip avanzati subirebbe un trauma sistemico. Questo spiega perché la tensione tra Stati Uniti e Cina non sia soltanto ideologica o commerciale, ma profondamente industriale e tecnologica. Il controllo dei semiconduttori equivale al controllo dell’economia digitale futura.Ma il forum ha evidenziato anche un altro aspetto spesso sottovalutato: la Cina non sta giocando la stessa partita dell’Occidente con le stesse regole culturali. Mentre gli Stati Uniti hanno costruito il loro modello sulla finanza e sul diritto, Pechino ragiona con una mentalità ingegneristica e pianificatrice. Il piano “AI Plus” cinese mostra obiettivi scanditi con precisione quasi industriale: integrazione totale dell’IA nei processi produttivi, diffusione di smart device e costruzione di una “società intelligente” entro il 2035.A sostenere questa strategia ci sono due vantaggi enormi: il dominio delle terre rare e la leadership nella robotica industriale. La Cina oggi installa più robot del resto del mondo combinato. Le cosiddette “dark factories”, fabbriche completamente automatizzate che operano senza presenza umana, rappresentano probabilmente una delle immagini più potenti del tecnocapitalismo contemporaneo.E qui emerge una delle contraddizioni più profonde. Da un lato l’IA promette enormi benefici. Il caso di AlphaFold di Google DeepMind è emblematico: la capacità di mappare centinaia di milioni di proteine potrebbe accelerare la scoperta di cure e farmaci in misura impensabile fino a pochi anni fa. Dall’altro lato, la stessa tecnologia entra nella “kill chain” militare, nella sorveglianza di massa e nella gestione automatizzata dei conflitti.Il tema etico diventa quindi inevitabile. Durante il forum è stato ricordato il caso di Anthropic, che avrebbe rifiutato accordi con il Dipartimento della Difesa americano per evitare l’utilizzo della propria IA in sistemi di sorveglianza o armamenti completamente autonomi. Una scelta che apre una domanda centrale: nel nuovo capitalismo tecnologico esiste ancora uno spazio reale per l’etica o il mercato premierà sempre chi accetta qualsiasi compromesso?Anche perché il rischio non riguarda solo la geopolitica. Riguarda direttamente il lavoro, il welfare e la sostenibilità sociale. Italia e Cina condividono infatti un problema enorme: il crollo demografico. Se mancano lavoratori, la risposta del sistema sarà inevitabilmente l’automazione. Ma qui bisogna evitare una semplificazione frequente: non è detto che l’IA distrugga lavoro nel breve periodo; potrebbe invece trasformarlo radicalmente, aumentando la richiesta di competenze altamente specializzate e riducendo il valore delle attività ripetitive.La vera questione, allora, non è fermare il tecnocapitalismo — ipotesi ormai irrealistica — ma governarlo. Perché stiamo entrando in un “XXI secolo compresso”, in cui innovazioni che un tempo richiedevano decenni oggi maturano in pochi anni. E quando velocità tecnologica, finanza globale e tensioni geopolitiche si fondono, il rischio è che la capacità politica e culturale delle società democratiche resti indietro.Per investitori e risparmiatori questo significa una cosa molto concreta: i mercati del futuro saranno sempre meno influenzati soltanto dai fondamentali economici tradizionali e sempre più da infrastrutture tecnologiche, supply chain strategiche, sicurezza digitale e controllo dei dati. Comprendere il tecnocapitalismo non è più un esercizio accademico. È diventato uno strumento indispensabile per interpretare il mondo che sta arrivando.
