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Rappresentazione visiva dell'articolo: Un fondo pensione dalla nascita: una buona idea, ma il vero nodo è come alimentarlo

Un fondo pensione dalla nascita: una buona idea, ma il vero nodo è come alimentarlo

Adriano Loponte

29 agosto 2026

Adriano

C’è un momento, in Italia, in cui le buone idee smettono di essere buone idee e diventano semplicemente idee. È il momento in cui bisogna spiegare chi le paga.Il presidente dell’Inps Gabriele Fava ha rimesso sul tavolo, nelle scorse settimane, una proposta che circola da anni negli ambienti della previdenza complementare: dare a ogni bambino, fin dal giorno della nascita, un piccolo capitale che cresca insieme a lui fino alla pensione. Covip, Ania e i principali fondi negoziali hanno accolto la proposta con un entusiasmo che, va detto, non capita spesso di vedere quando si parla di pensioni in Italia. Il motivo è semplice: chi oggi ha vent’anni andrà in pensione con un assegno pubblico che, nella migliore delle ipotesi, coprirà la metà dell’ultimo stipendio. Nella peggiore, molto meno.La cosa curiosa è che questo strumento esiste già, sulla carta. La legge italiana permette da tempo di iscrivere alla previdenza complementare i figli a carico. Ma è una possibilità che resta chiusa in un cassetto: la usano soprattutto le famiglie che già hanno dimestichezza con i fondi pensione, che spesso sono anche quelle che ne avrebbero meno bisogno. La proposta di Fava prova a rendere automatico ciò che oggi è facoltativo, e in questo sta la sua vera portata.Il punto di forza dell’operazione è aritmetico, prima ancora che politico. Un versamento fatto il giorno della nascita ha davanti a sé sei, sette decenni di interesse composto. Anche cifre modeste, capitalizzate per settant’anni, diventano capitali tutt’altro che simbolici. È lo stesso principio per cui i grandi fondi pensione anglosassoni insistono sempre sullo stesso concetto: non conta quanto versi, conta da quando cominci.Il problema, come sempre quando si parla di previdenza in Italia, non è la teoria. È la governance.Chi dovrebbe amministrare questi soldi? Il presidente di Covip Mario Pepe pensa a un ruolo di regia dell’Inps, che garantirebbe una copertura universale fin dal primo giorno. Il numero uno di Ania, Giovanni Liverani, preferisce un mercato aperto, con le famiglie libere di scegliere tra compagnie assicurative e fondi diversi. Maurizio Grifoni, che guida Fon.Te, ricorda che l’infrastruttura della previdenza complementare esiste già e sarebbe uno spreco non usarla. Sono tre visioni legittime, e dietro ciascuna si intravedono interessi di categoria abbastanza trasparenti. Ma la vera domanda, quella che nessuno dei tre ha ancora risolto, è un’altra: con quali soldi si alimenta questo fondo, anno dopo anno?Perché qui la storia insegna qualcosa di scomodo. Il Regno Unito ci ha già provato, con il Child Trust Fund lanciato nei primi anni Duemila: lo Stato versava alla nascita alcune centinaia di sterline per ogni bambino, sperando che le famiglie continuassero ad alimentare il conto negli anni successivi. Quasi nessuno lo ha fatto. Il contributo iniziale è rimasto, nella gran parte dei casi, l’unico soldo mai versato. Un bel gesto simbolico, un fondo pensione mancato.Fon.Te ha in mente un correttivo interessante: legare il versamento ai consumi delle famiglie, con un meccanismo di cashback automatico sulla spesa quotidiana, dal supermercato al benzinaio. L’idea ha un fascino evidente, perché trasforma il consumo ordinario in risparmio senza che nessuno debba ricordarsene attivamente. Ma ha anche un difetto strutturale: chi spende di più, in genere, guadagna di più. Il rischio concreto è che il meccanismo finisca per premiare proprio le famiglie che di un aiuto previdenziale avrebbero meno bisogno, allargando invece che colmando le disuguaglianze.La soluzione più sensata, a questo punto, sembra quella di un sistema a più livelli: un contributo pubblico uguale per tutti, magari rafforzato per le famiglie a basso reddito, a cui si aggiungano versamenti volontari dei genitori e meccanismi automatici come quello proposto da Fon.Te, ma corretti con criteri di equità.Resta comunque il nodo di fondo, quello che nessun cashback può risolvere: l’Italia fa sempre meno figli, e ogni figlio in meno significa un lavoratore in meno che finanzia le pensioni di domani. Su questa base demografica, nessuna previdenza pubblica potrà mai tornare a garantire quello che garantiva quarant’anni fa.Ecco perché la vera scommessa di questo progetto non è tecnica, ma culturale: insegnare ai figli, fin dalla culla, che la pensione non è un problema da rimandare ai cinquant’anni. Se il meccanismo di alimentazione funzionerà, il tempo diventerà davvero il patrimonio più prezioso delle nuove generazioni. Se non funzionerà, avremo semplicemente inventato un altro salvadanaio dimenticato in un cassetto, proprio come è successo a Londra vent’anni fa. 

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