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Rappresentazione visiva dell'articolo: USA-Iran: la pace che conviene a tutti, ma soprattutto a Teheran

USA-Iran: la pace che conviene a tutti, ma soprattutto a Teheran

Adriano Loponte

19 giugno 2026

Adriano

Alla fine, dopo mesi passati a contare i missili e a fare il trapasso energetico a ogni dichiarazione bellicosa, Washington e Teheran hanno firmato. L’intesa siglata a margine del G7 di Evian, spinta con una foga notevole dall'amministrazione Trump, ha l'aria di essere uno dei veri scossoni geopolitici di questi anni. L'obiettivo dichiarato? Congelare le ostilità e rimettersi a sedere al tavolo per ridiscutere il programma nucleare iraniano.La reazione dei mercati è stata da manuale: un sospiro di sollievo collettivo. Il prezzo del greggio è sceso all'istante, le Borse hanno ripreso fiato e l’incubo di vedere lo Stretto di Hormuz sbarrato da mine o navi da guerra è evaporato in un pomeriggio. Però, superata l'euforia dei primi lanci d'agenzia, la vera domanda da farsi non è tanto chi abbia firmato cosa, ma chi stia davvero ridendo sotto i baffi.Guardando le cose con gli occhiali dell'Occidente, il risultato minimo è incassato. Ci siamo risparmiati una guerra totale nel Golfo Persico che avrebbe fatto saltare i banchi della stabilità globale. Non parliamo di dettagli per accademici: da quel collo di bottiglia marittimo passa un quinto del petrolio mondiale. Bloccarlo avrebbe significato fiammate inflazionistiche, banche centrali costrette a rimettere mano ai tassi e mercati nel panico. Normale, quindi, che anche a Pechino, Nuova Delhi e nelle capitali europee si sia brindato allo scampato pericolo.Per Donald Trump si tratta del classico "home run" diplomatico da rivendersi subito in campagna elettorale permanente. Dopo anni passati a fare la voce grossa contro Teheran, il presidente può indossare i panni del "peacemaker" che ha evitato il fango di un altro conflitto mediorientale. Ora si apre una finestra di sessanta giorni per negoziare le cose serie: i livelli di arricchimento dell’uranio, i controlli sul campo e la tabella di marcia per togliere le sanzioni. Ma è proprio scavando tra le righe che l'accordo comincia a perdere la sua patina di capolavoro occidentale.Diciamolo chiaramente: a scorrere i dettagli, non c'è verso di far passare questa intesa come una sconfitta per gli ayatollah. Teheran si porta a casa un bottino non da poco. Ottiene lo stop immediato alle ostilità, vede la luce in fondo al tunnel delle sanzioni, sblocca i fondi congelati all'estero e torna a vendere petrolio senza dover fare i salti mortali sul mercato nero. Gira voce che, tra investimenti e linee di credito per la ricostruzione, ballino qualcosa come 300 miliardi di dollari.Soprattutto, l'Iran compra la merce più preziosa di tutte: il tempo. Il programma nucleare non viene smantellato domattina; la patata bollente è stata semplicemente rimandata al prossimo round negoziale. Nel frattempo, gli ayatollah conservano intatto il loro potere di ricatto e Washington scommette tutto sulla diplomazia. Molti commentatori parlano già di svolta storica e definitiva, ma la storia recente tra questi due Paesi insegna che firmare un foglio di carta è la parte facile. Applicarlo è un altro paio di maniche. Probabilmente siamo davanti a una tregua armata, non alla pace eterna.In questo scenario, vale la pena notare come l'Italia stia provando a ritagliarsi uno spazio. A Evian, Giorgia Meloni ha capitalizzato l'ottimo feeling con Trump, mostrando una sintonia evidente non solo sul dossier mediorientale ma anche sulla gestione del nodo ucraino. Per Roma, che naviga da sempre tra la lealtà all'asse europeo e un canale preferenziale con la Casa Bianca, è una buona mossa posizionale. Potrebbe darci qualche carta in più da giocare quando si tratterà di ridiscutere di energia e sicurezza nei corridoi che contano.Certo, la geopolitica oggi non vive di solo petrolio. Sempre a Evian, quasi sottovoce, è andato in scena un altro pezzo della sfida globale, quello sui chip e sull'intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno stretto ancora di più i bulloni sulle esportazioni tecnologiche verso la Cina, lasciando l'Europa a fare i conti con la propria dipendenza strategica da oltreoceano. È il promemoria di una realtà cinica: la vera guerra dei prossimi dieci anni si giocherà sul controllo dei dati e dei modelli predittivi, ancor più che sui confini geografici.Cosa resta, quindi, per chi muove i soldi sui mercati? L'errore peggiore sarebbe archiviare il rischio geopolitico come "pratica risolta". Il pericolo di uno shock energetico immediato si è sgonfiato, d'accordo, ma i nodi strutturali del Medio Oriente restano lì, tutti da sciogliere. I mercati stanno festeggiando, ma i nodi verranno al pettine quando bisognerà passare dalle promesse ai fatti. Tutti hanno ottenuto qualcosa da questa firma, ma l'Iran ha ottenuto risorse e tempo che fino a un mese fa sembravano impensabili. E a scacchi, chi controlla il tempo, di solito controlla la partita.

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